Un tavolo apparecchiato per due in una casa troppo grande

Alle volte basta mezza frase – detta così senza pensarci (né volerti fare del male) – per mettere in luce, dolorosamente, la tua condizione.

In meno di un mese, mi è successo due volte. La prima in un aeroporto, aspettando un aereo per tornare a Milano. La seconda, ieri sera, in casa, apparecchiando la tavola per una cena con un amico.

Le parole precise, quelle non le ricordo. Ma i concetti sì.

“Sei una bella persona, dovresti davvero trovarti un uomo con cui stare”

“Che sensazione strana, vedere la tavola vuota apparecchiata per due”

Mi sembra tutto così chiaro. Amaramente.

È stata una domenica di solitudine e insoddisfazione sotto pelle.

Non sono fatto per stare da solo.

In un mondo di luci sentirsi nessuno

Quando è morto mio padre – ormai più di dieci anni fa, era il ’96 – la riflessione su come dovesse esser stato duro, per lui, emigrare in Svizzera dal suo piccolo paesino di montagna era già abbastanza compiuta.

Dolorosamente compiuta.

A distanza di quarant’anni da quel flusso migratorio, quanto son cambiate le cose?

Viviamo in una nazione senza diritti, discriminatoria, che ci insulta giorno dopo giorno. Un Paese pieno di giovani precari costretti a fuggire. E la storia si ripete. Anche per me?

Papà, ma che sei morto a fare?

Doveva essere un commento*

*a questo post di Marco

Quando è morto mio padre avevo 16 anni. Ricordo la scena abbastanza distintamente, nonostante sia passato del tempo. Tornavo da scuola, era il terzo giorno dall’inizio delle lezioni, e arrivando verso casa ho visto troppo macchine parcheggiate lì davanti, e ho capito. Mio fratello mi è venuto incontro lungo le scale, e mi ha parlato di un incidente, di mio padre grave, ma di remote speranze che in realtà erano inesistenti. Questa cosa dell’indorarmi la pillola non l’ho mai capita, e per un certo periodo mi ha anche fatto incazzare, incazzare, sì. Ma ora ne capisco il senso.

Poi sono partiti per la Svizzera a vederlo, lui e mia madre. In aereo. Mia madre, che in aereo non aveva ancora mai viaggiato. E io sono rimasto a casa a far il bravo padrone di casa, in quella strana trafila del lutto meridionale che sembra quasi una tortura, sì, con tutta quella gente sconosciuta che ti viene a dare la mano e a fare le condoglianze, e magari piange quando tu vorresti proprio non farlo e allora la cosa ti irrita parecchio, e tutti stanno in giro per casa e non se ne vanno neanche di notte. Nella tua casa, un’invasione. Sembra una tortura ma è quasi una salvezza, una salvezza in cui non sei mai solo e il dolore diventa collettivo, e forse riesci a elaborarlo più in fretta, e forse fa meno male.

Io ero lì da solo e stringevo mani, e sorridevo, e accoglievo, e mi preoccupavo per tutti. Che è sempre stato un mio difetto, preoccuparmi di come si sentono gli altri e non di come mi sento io. Ma lì per lì, ero perfetto. E tutti si meravigliavano di me, che avevo solo sedici anni. Come dici tu, Marco, si passa dall’essere un ragazzino a diventare uomo – o qualcosa di simile. Il giorno prima magari pensi ai piccoli drammi della tua infanzia, e il giorno dopo cerchi di mantenere in piedi una famiglia che sembrava sgretolarsi da un momento all’altro, con un fratello maggiore oppresso dal senso di responsabilità e una donna sola, forte ma sola, con una prospettiva di vita e solitudine che ancora l’accompagna.

E anche io davanti alla tomba di mio padre chiedevo, senza risposta: “Papà, ma tu ce l’hai con me per il fatto che sono gay?”. E so che risposte non ne avrò davvero mai, che resterà tutto in sospeso. E Dio solo sa quanto vorrei piuttosto vederti incazzato, prendermi due sberle, magari scappare di casa e vivere da solo in mezzo a mille difficoltà che non portarmi dietro questa sensazione di irrisolto. Che poi, ma quali sberle? Non lo saprò mai, non lo saprò mai.

Alle volte mi fermo a guardare mia madre mentre dorme. Mi avvicino, e aspetto di sentirne il respiro. Perché ho paura che muoia. Cosa farei se succedesse? Sarei da solo. Con un fratello, ovvio, e dei parenti. Ma… è diverso. Mi sembra così stupida, descritta, questa scena un po’ patetica di uno che si ferma ad ascoltare i respiri. Forse lo è.

La morte è un processo naturale. Che tocca a tutti, prima o poi. Odio questa mia razionalità che me lo fa comprendere nitidamente. E che mi fa credere che riuscirei ad andare avanti comunque, come ho fatto dopo la morte di mio padre. Ma hai ragione quando dici che la morte ti insegna tante cose. E anche io credo che le cose vadano vissute. Anche io credo che non ci sia mai abbastanza tempo. Anche io ho paura della mia morte.

Stundaiate

gatto, sei impostato, misurato, controllato, posato: io ti sto dicendo che ogni tanto bisogna mollare gli ormeggi, che per me vuol dire semplicemente aprire gli occhi e accorgersi che qualcuno sta facendo la stessa identica cosa nello stesso momento – marmaz
Me lo segno qui, magari me ne ricordo per il 2010.

Questa stanza non ha più pareti

Le pareti della mia camera sono sempre state vuote.

E per me, questo fatto, è sempre stata una specie di cruccio. Mi scervellavo per capire perché io proprio io non avessi i muri tapezzati di poster, manifesti, cartoline e foto come quelle dei miei coetanei.

[Questo post dovrebbe essere lunghissimo, un excursus sulla mia personalità e i dolori della mia infanzia e la voglia di cambiare. Ma sono troppo pigro. Me lo completate voi? Tanto spazio alle pareti ce n'è.]

Come esuli pensieri, nel vespero migràr

Si cerca casa. Dopo tanto peregrinare si cerca casa. E no che non so cosa mi succederà fra sei mesi, cosa ne sarà di me. Dove sarò, cosa farò. Ma i tempi in cui viviamo sono gli stessi per tutti, giovani e meno giovani ammantati di questa vita precaria che è come una nebbia e non ti fa vedere a un palmo dal naso. Però, però la casa è importante. Anzi, no, maiuscolo: la Casa è importante. Non è così per tutti, ovvio, e credo che statisticamente al Nord la mia affermazione sia molto meno vera di quanto non lo sia per la gente del Sud. Ed è paradossale, se ci pensate, perché chi è nato nel Settentrione è relativamente facilitato nell’acquistarne una, con il lavoro più facile da trovare e pagato con maggiore regolarità: è proprio vero che chi ha il pane non ha i denti.

La Casa è importante: sono le radici, ti dicono da dove vieni e dove andrai ogni volta che avrai bisogno di tornare indietro. Rappresentato il tuo punto di partenza. La stabilità che permette di crescere. Non c’è movimento senza un punto di partenza, c’è solo un vagare senza direzione. E arrivato quasi a trent’anni – Cristo, trent’anni: a breve sarò costretto a comprare dei pantaloni di pelle – credo di aver bisogno di un punto di partenza nuovo. Staccato dalla mia famiglia e dalla mia Calabria.

Loro, ora, diventeranno uno dei miei punti di arrivo. Ma quello di partenza, di punto, sarà solo mio.

La D’Addario aveva più successo

Piccolo aggiornamento sullo stato delle donazioni pro-Lila per il mio rientro su Friendfeed:

  • 5 persone 5 hanno messo mano – anche simbolicamente – al portafoglio
  • la raccolta è ferma ai 25 euri, roba più, roba meno
  • l’iniziativa non ha avuto un grosso richiamo in Rete – cosa prevedibile – quindi difficilmente ci sarà un boom improvviso nelle prossime ore

Stante così le cose, ci diamo una scadenza: alla fine del prossimo week-end, chiudiamo baracche e burattini e doniamo il donabile alla LILA, che quanto meno abbiamo fatto una buona azione per la lotta contro AIDS e HIV…