Sono intorno a noi, in mezzo a noi (e sono come noi)

Ce ne frega davvero qualcosa di capire esattamente cosa dicono, Laurent e Peter? Francamente, no.

Sono lì con il loro bambino, dopo due anni di separazione forzata causata dalle leggi su coppie di fatto e adozione ai gay. E il bambino sorride, mangia, gioca, scherza. Quando il bambino sorride, capisci tutto. Anche noi possiamo essere felici, anche i nostri figli possono essere felici.

Allora, care amiche, ci vediamo al Pride?

Più di un milione? Meno di un milione? Non importa. Checché se ne dica – per quanti distinguo si voglia scegliere di fare (e ce ne sarebbero, da fare) – questa manifestazione figlia di un femminismo antico ha visto una grande partecipazione popolare, anche e soprattutto di persone che in piazza finora non erano scese. Donne impellicciate, signore-bene, claustrofobiche impreparate alla folla: c’erano tutte.

E non erano sole. Uomini, anziani, padri di famiglia, e ancora tanti, tantissimi omosessuali e tantissime sorelle lesbiche. Queste ultime, sì, ringraziate e salutate dal palco della manifestazione milanese.

Ecco, è a questo punto che mi sale l’amarezza, giù dallo stomaco su su su fino alla testa. Niente di nuovo: la consapevolezza che tutta questa gente è lì per le donne, ma che non sarebbe lì per gli omosessuali. O per i giovani precari, ad esempio.

Posso provare a dirlo, senza essere ritenuto offensivo? C’è tutta una serie di “categoria di persone” che no, non si interessa dei problemi degli altri ma che guarda al proprio orticello. E – purtroppo – il movimento femminista è uno di questi (a parte apprezzatissime quanto ormai rare eccezioni).

Care donne, noi omosessuali e noi giovani siamo stati pronti a darvi man forte. Voi siete pronte a dare man forte a noi? A scendere in piazza in massa anche per i nostri diritti?

Finora non è capitato. Eppure, concedetecelo, di cose gravi nel nostro paese ne sono capitate già. Da tempo. Dalla situazione del precariato giovanile che ha strappato a una intera generazione la possibilità di progettare – peggio: sognare – un futuro, ai diritti degli omosessuali e dei “diversi” sempre più emarginati e offesi in maniera violenta.

Eppure, di fronte a questi problemi, la piazza – la cittadinanza – non ha reagito.

Ha reagito con voi e per voi, care donne. Radunandosi in massa, risvegliandosi. Tutto molto bello. Ma allora era vostra la responsabilità di sfruttare correttamente questo grande privilegio, la forza della piazza. Evitando l’autoreferenzialità e ricordando che – oltre a voi donne – anche altri settori “minoritari” della società subiscono (da tempo) le conseguenze di una società gretta, maschilista e discriminatoria.

Ecco, io questa cosa – oggi in piazza a Milano – non l’ho sentita. Sono stato sfortunato io?

Dimostratemi il contrario, care donne. Dimostratemi che la scelta mia – come di tanti altri uomini gay – di scendere in piazza al vostro fianco non sarà stata vana. Che non è stato un sostegno unilaterale.

Dopo tanti anni, io ci spero ancora. Nonostante le mille delusioni, occasione dopo occasione.

Oh, beh, ovvio

Tea - Skins

Tea, la lesbica italoamericana unico personaggio "nuovo" di Skins US

Della versione di Skins americana e delle sue quasi inesistenti (ma tutte negative) differenze della prima puntata della serie rispetto all’originale inglese ne ho parlato altrove, e non è il caso di ripetermi.

Della seconda, mi limito a dire che Tea – il personaggio che ha furbescamente sostituito il totally-out-of-the-closet Maxxie con una versione più appetibile per il pubblico di giovani adolescenti ingrifati americani – è una lesbica che già dalla seconda puntata mette in dubbio la sua omosessualità baciando il protagonista Tony.

Non solo. Italoamericana: figlia di una famiglia numerosa e rumorosa (ma piena d’amore), con una nonna in casa malata di Alzheimer (ma lesbica costretta a sposarsi), con un padre affettuoso e non ossessivo (ma omofobo) che ama lavorare per la sua famiglia (ma comunque legato alla mafia e alla violenza).

Pregevole: con la tecnica del bastone e della carota, riuscire a inanellare tutta una serie di luoghi comuni offensivi e retrogradi sulla comunità italoamericana e su quella omosessuale, salvo condirli con lievi variazioni sul tema per farli digerire meglio. Una tecnica da antica nobiltà.

Il popolo ha fame? Dategli delle brioche. E un cazzo, “che non ha provato quello giusto”.

Quegli outing a cui non pensi

Alle volte ci si abitua così tanto alla propria omosessualità che si finisce per dimenticare le basi, i fondamentali.

E il fastidio che si prova quando certe cose succedono a te.

Negli scorsi giorni mi è capitato spesso di fare un outing non necessario, gratuito.
A gente non omofoba, certo. E a gente omosessuale, in un paio di casi. Nessun danno, insomma. Ma sempre di outing si tratta.

Certe volte ci si scorda che ognuno ha il diritto di dichiarare la propria omosessualità a chi preferisce, coi tempi che preferisce, senza che ci sia un chiacchiericcio alle sue spalle.

Sono stato coglione, e mi vergogno un po’.

Un bel po’.

La pagliuzza nell’occhio e la trave nel culo

Quindi, sappi che è con questi soggetti che avrai a che fare: non aspettarti particolare cameratismo, simpatia o comprensione. Quelli li avrai dagli etero amici tuoi. Per noi non andrai mai bene: il tuo peccato originale non ti verrà mai, mai perdonato. I dubbi e le paure, quando non sono nostri, sono sempre malafede. Le Ive Zanicchi possono dire tutte le minchiate omofobe che vogliono, tanto quelle sono icone gay: vengono premiate, ossequiate, adorate a prescindere. Ci sputano addosso la loro ignoranza e noi uggioliamo contenti. Tu invece avresti dovuto dirlo subito, che sei omosessuale: meglio su un comunicato allegato al primo disco, e possibilmente indicando le tue preferenze in fatto di orsi o biondini glabri. All’età del tuo primo disco metà di quelli che ti criticano erano ancora chiusi nell’armadio? Non importa, tu sei Tiziano Ferro: onori e oneri, caro mio.

Signore e signori, Mr. Mark su Tom Blog.