Oh, beh, ovvio

Tea - Skins

Tea, la lesbica italoamericana unico personaggio "nuovo" di Skins US

Della versione di Skins americana e delle sue quasi inesistenti (ma tutte negative) differenze della prima puntata della serie rispetto all’originale inglese ne ho parlato altrove, e non è il caso di ripetermi.

Della seconda, mi limito a dire che Tea – il personaggio che ha furbescamente sostituito il totally-out-of-the-closet Maxxie con una versione più appetibile per il pubblico di giovani adolescenti ingrifati americani – è una lesbica che già dalla seconda puntata mette in dubbio la sua omosessualità baciando il protagonista Tony.

Non solo. Italoamericana: figlia di una famiglia numerosa e rumorosa (ma piena d’amore), con una nonna in casa malata di Alzheimer (ma lesbica costretta a sposarsi), con un padre affettuoso e non ossessivo (ma omofobo) che ama lavorare per la sua famiglia (ma comunque legato alla mafia e alla violenza).

Pregevole: con la tecnica del bastone e della carota, riuscire a inanellare tutta una serie di luoghi comuni offensivi e retrogradi sulla comunità italoamericana e su quella omosessuale, salvo condirli con lievi variazioni sul tema per farli digerire meglio. Una tecnica da antica nobiltà.

Il popolo ha fame? Dategli delle brioche. E un cazzo, “che non ha provato quello giusto”.

Senza mani!

Ci sono volte che per mettere una pezza a una pessima uscita si finisce per far di peggio.

Chinaski c’è riuscito, cercando di ovviare alle critiche al suo precedente post vagamente omofobo di quei poveri pirla che in realtà non capiscono un cazzo di letteratura perché Chinaski è uno figo che scrive bene e quindi c’ha ragione a prescindere.

E c’è riuscito talmente bene da riuscire a scatenare una ridda di commenti di buon gusto, fra cui spicca roba come questa:

Vedo che abbiamo gli stessi problemi, cioè no, io in passato li ho risolti, ma solo sbandierando il fatto che una volta frequentavo alcuni gay e li trovavo simpatici (pur rabbrividendo al pensiero della pratica omosessuale).

Roba che la Carfagna e i suoi amici gay che non si sentono discriminati andrebbero in massa da Chinaski e dagli amici sua per limonarseli selvaggiamente.

Riletture

Carissimo Gatto,
volevo chiamarti oggi per dirti come è stato. Ma tu hai detto ragazz*, scriviamo! scriviamo tutto, che possa rimanere.

Volevo raccontarti che ieri, quando sono arrivata con armi e bagagli in Oberdan, mi sono seduta da sola e per molto tempo ho pensato che non sarebbe venuto nessuno tranne i nostri amici, e che ne sarebbe venuta fuori una pizzata e un salto al Lelephant.
Poi è arrivato Marco, con te al telefono. Ed è arrivata Livia, poi Ilaria e poi non so, non so proprio dirti com’è che il piazzale si è riempito e tutti volevano fiaccole e bandiere; anche certe signore che sembravano appena uscite da un aperitivo al Rotary club. E gliele abbiamo date, perché ne avevamo fatte tante da far invidia alle luminarie di Natale.

E all’improvviso, senza che nessuno dicesse nulla il corteo ha iniziato a muoversi spontaneamente. E solo quando abbiamo imboccato Corso Venezia mi sono resa conto di quello che stava succedendo: non riuscivo a vedere la fine e l’inizio di quel fiume di fuochi. È un Pride notturno, ho pensato. Altro che mini, altro che micro.

Chiedevano di te e nessuno poteva credere che tu avessi organizzato tutto dalla Calabria. Ma io gliel’ho detto che eri lì, e ci siamo fatti un bel pezzo di strada insieme, e lo sentivo che eri commosso e mi veniva da piangere ma mi dicevo che era colpa del fumo delle fiaccole.

E vaffanculo alla timidezza, ho parlato con tutti e mi hanno detto che erano felici, che era incredibile e che si potesse stare insieme così, spontaneamente, e che c’era tanta allegria anche senza quei carri tanto amati dai TG.
Mi hanno detto che così doveva essere, che il passaparola l’hanno fatto loro offline per noi e per tutti, e che la mancanza di una politica organizzata ha generato la politica dello stare insieme disinteressatamente.

Mi hanno detto che una volta tanto i volantini che sono girati erano solo delle bellissime cartoline positive, prodotte spontaneamente, e non i flyer delle discoteche. Verranno appese sui frigoriferi e sugli armadi degli uffici, per ricordare.

Ora vorrei che tu sapessi che c’erano tutti: sono venuti i nostri colleghi a ricordarci che sono con noi, e chi ha lavorato in ambienti omofobi sa quanto questo sia importante; c’erano le famiglie tradizionali e quelle non riconosciute dallo Stato; c’erano i nostri amici, anche quelli dei socialcosi e dei blog. Ci siamo persi tutti, e poi ritrovati da qualche parte tra uno striscione e l’altro.
Sono venuti anche quelli delle associazioni, senza bandiere. Anche quelli che ci avevano detto di no, che hanno parlato alla stampa sgravandocene il peso.

Ho incontrato un signore che mi ha chiesto “ma perché siete riuniti qui?”, e io gli ho spiegato che manifestavamo contro la violenza ai danni della comunità omosessuale; mi ha guardata serissimo per qualche secondo – mi si è gelato il sangue – ma poi ha sorriso e ha detto “che bella cosa che state facendo, è proprio una cosa bella”.

Gatto, non importa se non abbiamo fatto nessun discorso, è andata come è andata e troveremo un modo per ringraziare tutti.
Non importa nemmeno se non c’era la “stampa che conta”. C’era Milano, c’eravamo noi e c’eri tu.

Dobbiamo dire a tutti che tutto ciò è possibile. Che basta davvero avere un intento positivo, perché le persone rispondono.

Voglio dirti un’altra cosa che m’è venuta in mentre ieri, mentre andavamo verso San Babila: noi che eravamo lì non siamo uguali, perché “uguale” é il culto del mimetizzarsi e dell’omologazione, della spersonalizzazione che ci diseduca ogni giorno. Io non voglio essere uguale, voglio che tutte le diversità (tutte!) vengano trattate con rispetto, nei pari diritti.

E sai una cosa? Mi è venuta un’idea.
Ma questa, no. Questa te la dico a voce.

E niente, oggi mi sono ritrovato davanti il post di Suzupearl. Volevo ricondividerlo. Con voi.

Legge sull’omofobia, “servono sei mesi”: quell’articolo del Corriere che non è ancora online

I grassetti sono miei, i testi sono della signorina Alessandra Arachi. Sì, la produzione è riservata e bla bla bla. Problemi loro.

Mara Carfagna, ministro per le Pari opportunità, ieri è stata chiara: “Ci vorranno almeno sei mesi prima di poter ripresentare un disegno di legge sull’omofobia”. E dall’opposizione si è scatenata una ridda di polemiche. Il ministro ha spiegato che il problema è tecnico: una legge bocciata per motivi costituzionali in uno dei due rami del Parlamento non può essere ripresentata, appunto, prima di sei mesi. Ma dal Pd, e anche dall’Idv, non ci hanno voluto credere.

Non è questione di credere o non credere: è questione di sapere. Siete o non siete politici? Questi meccanismi li dovete conoscere.

Tra le voci più dure quelle della democratica Barbara Pollastrini, ex-ministro delle Pari opportunità: “La scusa dei sei mesi della Carfagna è tutto un bluff: non c’è alcun impedimento alla presentazione di un nuovo testo contro l’omofobia, nei termini da lei annunciati”. Segue a ruota la protesta di Silvana Mura, dell’Idv: “La verità l’ha detta la stessa Carfagna: non ha voluto presentare un ddl in Consiglio dei ministri per non fare una battaglia contro la sua maggioranza che è contraria”.

Il tema bolle, la temperatura non scende. E la maggioranza si spacca. Ieri Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, ha cercato di gettare acqua sul fuoco sostenendo: “Non posso non dare ragione al ministro Carfagna sulla necessità che si apra una riflessione più ampia nel nostro partito sull’omofobia”. Ma dopo il voto di incostituzionalità da parte della maggioranza a Montecitorio, non sembra facile ricomporre il puzzle. E se l’udc Rocco Buttiglione è lapidario: “Non esiste alcun obbligo europeo per questa legge”, la Fondazione Farefuturo (vicina a Gianfranco Fini) non esita ad affondare: “Ormai è l’Italia che si è messa il burqa”.

Un affondo che arriva dopo la bacchettata dell’Onu all’Italia e con un sondaggio commissionato da Sky TG24 che certifica come la maggioranza degli italiani (il 52%) la pensa come l’Onu e critica la bocciatura della legge.

Una bocciatura che ha creato scompiglio anche nel Pd, tutto per via della teodem Paola Binetti, unica nel partito a votare l’incostituzionalità della legge sull’omofobia.

Tutto alle soglie delle primarie. E se l’altro giorno Dario Franceschini ha ventilato l’espulsione della Bindi [sic, NdGN] dal partito, ieri ci ha pensato Piero Fassino (sostenitore della mozione Franceschini) a cercare di stemperare le polemiche: “Non c’è nessun caso Binetti”.

Nel frattempo si segnalano altri due brutti episodi di cronaca: il primo a Roma, denunciato dall’Arcigay, di aggressione a un trans. Il secondo a Napoli, un’autodenuncia di un insegnante omosessuale: con una mail sostiene di essere stato aggredito nel pomeriggio tardi da tre ragazzi vicino alla stazione della Metropolitana.

Per questo il mondo omosessuale affila le armi e si appresta a protestare. La prima manifestazione già domenica prossima a Roma in tre diverse piazze.

E, come direbbe Forrest Gump, non ho altro da dire su questo argomento.

Però io coi fascisti non ci parlo

Dice Freddy Nietzsche:

Però io coi fascisti non ci parlo. Scusate. E queste sono posizioni da fascisti. Queste e quelle di Paola Binetti. Non c’è nessun distinguo da fare, nessun approfondimento, nessuna attenzione in vista del congresso. Dentro il PD e fuori dal PD, io coi fascisti non voglio avere a che fare. Conservatori, cattolici, quello che volete, ma i fascisti sono solo stupidi e ignoranti. Studino, leggano, e si ripresentino quando saranno degni del dibattito.

E credo abbia proprio ragione: è un errore cercare di discutere coi bersaniani.