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Riletture

Carissimo Gatto,
volevo chiamarti oggi per dirti come è stato. Ma tu hai detto ragazz*, scriviamo! scriviamo tutto, che possa rimanere.

Volevo raccontarti che ieri, quando sono arrivata con armi e bagagli in Oberdan, mi sono seduta da sola e per molto tempo ho pensato che non sarebbe venuto nessuno tranne i nostri amici, e che ne sarebbe venuta fuori una pizzata e un salto al Lelephant.
Poi è arrivato Marco, con te al telefono. Ed è arrivata Livia, poi Ilaria e poi non so, non so proprio dirti com’è che il piazzale si è riempito e tutti volevano fiaccole e bandiere; anche certe signore che sembravano appena uscite da un aperitivo al Rotary club. E gliele abbiamo date, perché ne avevamo fatte tante da far invidia alle luminarie di Natale.

E all’improvviso, senza che nessuno dicesse nulla il corteo ha iniziato a muoversi spontaneamente. E solo quando abbiamo imboccato Corso Venezia mi sono resa conto di quello che stava succedendo: non riuscivo a vedere la fine e l’inizio di quel fiume di fuochi. È un Pride notturno, ho pensato. Altro che mini, altro che micro.

Chiedevano di te e nessuno poteva credere che tu avessi organizzato tutto dalla Calabria. Ma io gliel’ho detto che eri lì, e ci siamo fatti un bel pezzo di strada insieme, e lo sentivo che eri commosso e mi veniva da piangere ma mi dicevo che era colpa del fumo delle fiaccole.

E vaffanculo alla timidezza, ho parlato con tutti e mi hanno detto che erano felici, che era incredibile e che si potesse stare insieme così, spontaneamente, e che c’era tanta allegria anche senza quei carri tanto amati dai TG.
Mi hanno detto che così doveva essere, che il passaparola l’hanno fatto loro offline per noi e per tutti, e che la mancanza di una politica organizzata ha generato la politica dello stare insieme disinteressatamente.

Mi hanno detto che una volta tanto i volantini che sono girati erano solo delle bellissime cartoline positive, prodotte spontaneamente, e non i flyer delle discoteche. Verranno appese sui frigoriferi e sugli armadi degli uffici, per ricordare.

Ora vorrei che tu sapessi che c’erano tutti: sono venuti i nostri colleghi a ricordarci che sono con noi, e chi ha lavorato in ambienti omofobi sa quanto questo sia importante; c’erano le famiglie tradizionali e quelle non riconosciute dallo Stato; c’erano i nostri amici, anche quelli dei socialcosi e dei blog. Ci siamo persi tutti, e poi ritrovati da qualche parte tra uno striscione e l’altro.
Sono venuti anche quelli delle associazioni, senza bandiere. Anche quelli che ci avevano detto di no, che hanno parlato alla stampa sgravandocene il peso.

Ho incontrato un signore che mi ha chiesto “ma perché siete riuniti qui?”, e io gli ho spiegato che manifestavamo contro la violenza ai danni della comunità omosessuale; mi ha guardata serissimo per qualche secondo – mi si è gelato il sangue – ma poi ha sorriso e ha detto “che bella cosa che state facendo, è proprio una cosa bella”.

Gatto, non importa se non abbiamo fatto nessun discorso, è andata come è andata e troveremo un modo per ringraziare tutti.
Non importa nemmeno se non c’era la “stampa che conta”. C’era Milano, c’eravamo noi e c’eri tu.

Dobbiamo dire a tutti che tutto ciò è possibile. Che basta davvero avere un intento positivo, perché le persone rispondono.

Voglio dirti un’altra cosa che m’è venuta in mentre ieri, mentre andavamo verso San Babila: noi che eravamo lì non siamo uguali, perché “uguale” é il culto del mimetizzarsi e dell’omologazione, della spersonalizzazione che ci diseduca ogni giorno. Io non voglio essere uguale, voglio che tutte le diversità (tutte!) vengano trattate con rispetto, nei pari diritti.

E sai una cosa? Mi è venuta un’idea.
Ma questa, no. Questa te la dico a voce.

E niente, oggi mi sono ritrovato davanti il post di Suzupearl. Volevo ricondividerlo. Con voi.

Essere e apparire: quando il simbolo diventa più importante del messaggio che si vuole veicolare.

Sabato pomeriggio sono stato alla manifestazione antirazzista di Milano, in ricordo di Abba Guiebre a poco più di un anno dalla sua morte. L’ho fatto perché credo nell’importanza dell’espressione in piazza del sentimento popolare e perché, soprattutto, sono contro il razzismo.

L’ho fatto, anche, perché la recente esperienza della Fiaccolata LGBT di Milano mi ha in parte riconciliato con il senso civico degli italiani. Senso civico che nell’anno passato mi aveva deluso, sopraffatto com’era dalla superficialità e dal consumismo usato come palliativo emozionale. Mi sembrava che finalmente qualcosa si fosse svegliato, nello stomaco della gente. Che avesse iniziato a muoversi, a contorcersi.

Ed è vero, credo. La gente è arrabbiata, indignata, preoccupata per se stessa e per chi gli sta vicino. Un sentimento utile, civico. Appunto.

Peccato che a tutto questo corrisponda un totale immobilismo da parte delle associazioni. L’incapacità di mettersi in gioco e incanalare questa rabbia, dandole voce, trovando modi e sistemi nuovi per riavvicinare i cittadini allontanati nel corso degli anni per colpa di scelte inefficaci e deleterie. È successo con la fiaccolata, è successo anche con la manifestazione antirazzista.

Appena arrivato alla manifestazione, vengo accolto dai consueti distributori de “Il programma comunista”, triste testo stampato su foglio A4. Stavolta anziché rifiutarlo l’ho preso. E l’ho letto. Sarebbe stato meglio di no:

Il razzismo è frutto del capitalismo, è un’arma apertamente antiproletaria. Esso non ha e non ha mai avuto nulla a che vedere con il colore della pelle o con altre caratteristiche cosiddette etniche o nazionali. [...] Il razzismo nasce dalle contraddizioni di classe, dalle differenze di classe: nel suo mirino, ci sono i proletari migranti di tutte le nazionalità, che affollano ormai tutti gli slums, le banlieues e i Bronx del mondo.

Essì: i proletari immigrati. Se invece sei negro e ricco, cazzi tuoi se vieni insultato o maltrattato: il problema è la tua ricchezza, non il colore della pelle. Quel “proletari” in corsivo non l’ho aggiunto io, era già così nel testo: vi racconta esattamente qual è l’unico interesse di questi personaggi accorsi con bandiere e volantini.

Vi risparmierei il resto del testo, ma quest’altro stralcio è ancora più repellente:

L’antirazzismo è la trappola entro cui si vuole cacciare il proletariato immigrato perché non costuisca un fronte comune con il proletariato nazionale: vorrebbe che esso sfilasse con le sue bandiere nazionali con le sue bandiere nazionali, che coltivasse i suoi costumi, che vendesse la sua diversità sul mercato del multiculturalismo.

Siamo al parossismo. Non è il razzismo la trappola, no: è l’antirazzismo. La difesa della cultura locale e la spinta per il culturalismo è un male da estirpare, perché impedisce la lotta del proletariato. Si arriva al paradosso: gente che è contraria all’antirazzismo, pronta a sfilare e manifestare in un corteo antirazzista.

Non erano gli unici. C’era una donna, anche lei volantinante, che si infervorava con i partecipanti alla manifestazione chiedendo “Ma tu lo sai che finanzi l’inceneritore?”. Incazzatissima. E più lei si scagliava contro i manifestanti con il suo problematico inceneritore, più a me veniva voglia di chiederle “Mi scusi, ma lei sa che manifestazione è questa?”. E poi c’erano i precari delle scuole che con meno faccia tosta lamentavano il problema della scuola razzista, quelli di Sinistra Critica che volevano le dimissioni di Berlusconi (e chi non le vuole? Ma che c’entra, però, col razzismo?), quelli del Partito Marxista-Leninista che sventolava i suoi stendardi…

E l’antirazzismo? Dov’era?

La voglia era quella di andar via. In fretta. Il fatto è che le associazioni sono rimaste vittime di loro stesse. Intrappolate dai propri simboli, dai personaggi che hanno deciso di costruirsi attorno per rendersi riconoscibili e attraenti, hanno finito per diventare la propria caricatura. Perdendo credibilità. E anziché fermarsi a riflettere, a chiedersi come mai la gente abbia smesso di prestargli attenzione e perché il loro pubblico sia al contrario diventato via via sempre più rarefatto, si sono incancreniti in una politica comunicativa ripetitiva e aggressiva. Oltre che stupidamente autoreferenziale.

Era triste vedere gli stessi duri e puri della sinistra e delle manifestazioni essere i primi a non crederci più, ridacchiare e lamentarsi di questo comportamento. Il mio augurio è che le associazioni capiscano questo errore il prima possibile. Perché lo capiranno, per forza di cose. Sperando che non sia troppo tardi per loro.