Non mi sconvolge: passato il clamore mediatico e il calore mediatico – ovvero la fregola di partecipare e protestare -, il caso del quindicenne suicida a Roma per persecuzioni legate ad argomenti “omofobici” sta scemando.
[Uso il corsivo su "persecuzioni" e le virgolette su "omofobici", perché sono parole che fanno paura e sembrano troppo forti; eppure, non sono lontane dalla realtà (ne riparleremo poi)]
Pian piano scompaiono le foto profilo rosa dai vari account di Facebook, soppiantati dalle nuove mode di protesta sociale e civile (ultima ma non ultima: i cani morti in Sicilia davanti all’IKEA); e scompaiono pure gli endorsement tout-court, soppiantati – anche loro – dai classici “ma forse” e “semmai piuttosto” che ruotano attorno a ogni vicenda che riguardi la comunità omosessuale.
[Paola Concia è gentilmente accorsa al romanissimo Liceo Cavour per sincerarsi che no, non c'era omofobia nelle intenzioni dei suoi compagni di scuola e dei suoi insegnanti. Per fortuna! Pensate se la vicenda fosse montata, facendo rientrare di prepotenza la questione dei diritti LGBT ai primi posti dell'agenda politica di sinistra, e i candidati alle primarie del PD avessero dovuto prendere una posizione al riguardo. Come ne sarebbe uscito il Renzi dalla Concia appoggiato?]
Non mi sconvolge, dicevo, perché la terza regola della dinamica dovrebbe essere nota a tutti (quanto meno, a me lo è): “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria“. A tanto calore e nervosismo improvviso, insomma, non poteva che corrispondere un improvviso dimenticatoio.
Perché il problema, ragazzi, è che quelle reazioni non erano organiche, in linea con quelle della comunità omosessuale e LGBT-friendly. Alla quale, in condizioni normali, del problema del bullismo omofobico frega poco o nulla. E anzi, quando accadono fatti del genere si infastidisce e li minimizza, perché dovrebbe ammettere che – alla fine della fiera – abbiamo tutti finito per far buon viso a cattivo gioco, e per dare in questo modo un alibi ai nostri aguzzini.
Eccola, un’altra parola in corsivo che però in corsivo non dovrebbe essere. Tutti i termini ci sembrano troppo forti, esagerati, sbagliati. Ci viene da parlarne piano, senza far rumore, per non disturbare. Come ospiti in casa altrui.
Però, come dicevo nella prima parentesi quadra, questi termini non sono poi così lontani dalla realtà.
Possiamo dirlo, senza vergogna di essere smentiti, che una presa in giro reiterata e continuativa è una persecuzione, e lo è anche se abbozziamo, se facciamo spallucce, se siamo noi i primi a riderne e addirittura se ci spingiamo a contrattaccare. È una persecuzione perché a NESSUNO piace non essere apprezzati o capiti, a NESSUNO piace essere derisi, e se questa derisione si prolunga nel tempo allora sì, è una persecuzione, a prescindere dal che la si definisca omofobica o meno.
Ma è anche omofobica – o se preferite diversofobica: ci piace dare nomi diversi a concetti che la gente non vuole accettare, per indorare la pillola (il “buonismo”, ad esempio) -, e questa omofobia esiste a monte, non importa che A. fosse gay o meno.
[Potremmo scriverci un trattato sulle parole usate da parenti, amici e professori per dire che no, A. non era omosessuale: evitiamo.]
È omofobica perché è una “persecuzione” che ruota tutta attorno alla derisione della diversità, della non appartenenza al canone maschile tradizionale, della sessualizzazione volgare di ciò che era l’eccentricità di “A.“. È proprio questa l’omofobia italiana, ragazzi: non fermatevi all’aspetto letterale della parola, o al significato più estremo del termine; non esistono solo le spranghe.
Ma è questo che la comunità omosessuale italiana non riesce a fare: comprendere i meccanismi sociali della discriminazione. E non comprendendoli, si divide. E non comprendendoli e dividendosi apertamente, non riesce a spiegare alla società e allo Stato quali comportamenti DEVONO essere cambiati per far sì che casi di questo genere non accadano più.
Se ne rende conto solo nell’attimo, breve, che segue immediatamente gli atti violenti che colpiscono la comunità LGBT. Poi riabbassa la testa, in attesa della prossima morte. La prossima morte frocia.
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Una postilla: della necessità di non trasformare i persecutori in corsivo in ASSASSINI IN MAIUSCOLO ne ho già parlato sul mio account Facebook, e non ha senso ripeterlo. Se volete, lo status lo trovate qui: è pubblico.
