In questi ultimi mesi – quanti sono, dieci? – di “assenza” da Friendfeed, ho imparato (incredibilmente) a non esprimere sempre la mia opinione non richiesta, a non partire lancia in resta alla difesa di pensieri e azioni che ritengo giuste, per quanto ancora le ritenga giuste, per quanto ancora alcuni pensieri e azioni opposte alle mie mi facciano intorcinare le budella e scaldare il sangue.
In una società che fa dell’esposizione-di-sé e della “presenza” – in Rete e non – la sua bandiera, io mi sono trovato costretto a dover fare l’opposto (anche per alcuni miei errori, ovvio). E l’ho fatto: ero in quinta, ho messo in folle, ho rallentato e mi sono fermato; poi ho messo la retro e mi sono allontanato di qualche metro.
Non è stato facile ma mi ha fatto bene. Una lezione di autoconsapevolezza: conoscere – e non solo vedere – i miei difetti e porci un freno. O almeno provarci.
Ancora adesso, a legger alcune cose da fuori – senza partecipare – mi verrebbe voglia di dire la mia, di confutare o di applaudire, di criticare o correggere. Qualche volta, raramente, lo faccio. Ma sempre con il timore di ripiombare nel baratro delle conversazioni infinite e delle litigate e dell’odio senza senso.
Perché la conversazione sociale è come l’alcolismo.
E adesso, sono in quella fase lì: vorrei tornare a bere il mio bicchiere di vino, ma non mi va di tornare a ubriacarmi fino a star male; e non so come fare, né se ho la forza per farlo, né se ho il coraggio di affrontare la paura.
Guardo conversazioni e mi freno, non partecipo. Vorrei, ma non lo faccio. Cosa si fa, di solito, in questi casi?
