Le cose vecchie, le cose nuove – PslA 2010

Ci mise un po’ a capire che quello che sentiva era il citofono. “Un po’”, oddio: un lasso relativamente breve, in realtà; ma quella virgola fra il sonno e la veglia ha regole e tempi tutti suoi.

Ci mise un po’ a capirlo, insomma, e un altro po’ a decidere di tirarsi su dal letto e rispondere. Tutto quello che riuscì a dire, dopo un biascicato “Sì?”, fu “Sali”. Ma quest’ultima frase, per davvero, gli sembrò pesantissima. A quel punto si trascinò verso il bagno con gli occhi pesti, e si rinfrescò il viso; poi mise su i primi pantaloni a portata di mano, e tornò verso l’ingresso. Se la ritrovò lì, davanti alla porta, tutta sorridente col suo sacchetto di plastica in mano.

- Facciamo colazione insieme? Ho preso delle brioche. –

Mentre preparava un caffè per due, si trovò per un attimo a pensare di stare ancora sognando. Uno di quei sogni strani, ovattati, quelli in cui osservi dall’esterno ciò che accade e di cui sei protagonista. Poi decise che no, non era il caso, e che se anche non riusciva a capire doveva recitare bene la parte. Lei invece sbocconcellava tranquilla un croissant alla marmellata staccandone piccoli pezzi, con quella eleganza e calma ipnotica che lo lasciava imbabolato a guardarla di sottecchi, a volte. E anche ora, per un attimo. Ma no, non era il caso.

– Sai chi ho incontrato, in cortile? Maria. Con il cane. Mi ha detto che avrebbe approfittato delle vacanze per far ritinteggiare casa. Va due settimane a Cortina. -

Cosa pensava gliene importasse, di Maria, e del cane, e di Cortina, anche questo non riusciva a capirlo. Si limitò a versare il caffè in due tazzine e si sedette. “Vero, tu lo preferisci col latte” constatò guardandola negli occhi.

- Sì, ma lascia: faccio io. -

Non c’erano margini di risposta. Di nuovo.

Così lei balzò su, prese una tazzona dalla credenza, e il latte dal frigo, e il tegame da sopra il lavello, e stava per cominciare ad armeggiare quando sbuffò via una ciocca di capelli che le era caduta davanti al viso. Allora si fermò, e se li tirò su, fermandoli con una bacchetta cinese presa dal ripiano accanto alla cappa. Quante volte gliel’aveva visto fare?

Poi versò il latte nella tazza, e tutto nel microonde, e il tegame stava lì abbandonato sul piano della cucina, illuso anche lui – per un attimo – di servirle a qualcosa.

- E tu, invece? Che programmi hai? -

Il suo sguardo, a quella domanda, doveva essere un misto fra l’interrogativo e il terrorizzato, mentre cercava di capire se il riferimento fosse all’immediato o alle vacanze tout-court e prendeva tempo balbettando un “In che senso?” che sembrava più masticato che reale. E quel mondo negli occhi di lei, fatto di attese e non detti e sofferenza e promesse e speranze.

Li salvò il BIP del microonde. Il tempo finisce. Finisce sempre.

Lei prese la sua tazza di latte caldo, ci butto dentro il caffè e si mise a sedere, sciogliendo i capelli. Un sorso lei. Un sorso lui. Era così normale, e così strano che fosse normale. Contemporaneamente.

E lei si mise a parlare di politica e che quello no, non l’avrebbe mai votato, ché era fascista. E lui sorridendo le rispondeva che era sempre troppo rigida. E la gatta che spuntava in cucina e le si accoccolava sulle cosce. E lei che l’accerezzava e continuava a parlare e a bere il suo caffellatte e a giocare con i suoi capelli. E lui che addentava la sua brioche e la guardava. E il tempo.

- S’è fatto tardi, devo andare. –

E si alzò, girandosi per un attimo indietro a guardarlo. Un istante ancora, per poi andare in corridoio e da lì verso l’ingresso. “Grazie per la colazione” disse lui, mentre si tirava su a fatica, ché le forze erano scomparse due mesi prima e ancora si stupiva – certe volte – di come fosse in grado di mettere un piede di fronte all’altro.

- Allora ciao. -

“Allora ciao” disse, chiudendo la porta di casa mentre lei scendeva di corsa le scale, leggera come al solito.

Le tazze da lavare, la cucina da sistemare, il corridoio vuoto, la gatta, le foto tolte e il rumore dei suoi passi ancora nelle orecchie. Strisciò fino alla camera da letto buia e si buttò nel letto, provando a dormire di nuovo, cercando di non pensare.

Il primo Natale che non avrebbero trascorso insieme.

Per motivi che credo siano relativi alla presenza ormai di chiunque, anche io quest’anno ho partecipato al Post Sotto l’Albero, fenomenale evento di automarkette collettive della blogosfera. Ero indeciso fra un post sentimentalista e un post sentimentalista depresso. Alla fine è uscito questo. Grazie a Sir Squonk che mi ha permesso di giocare un po’ :)

17. dicembre 2010 by Gatto Nero
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È un terno al lotto

Ci sono persone fortunate, che l’amore lo trovano davvero e se lo tengono stretto.

Ci sono altre persone che non trovano l’amore, ma s’accontentano, e trascorrono una vita di felicità sbiadita.

Ci sono altre persone ancora che non trovano l’amore e non s’accontentano, e vivranno una vita di attese irrealizzate.

E poi ci sono persone irriconoscenti che l’amore lo trovano e se lo fanno sfuggire dalle mani, alla ricerca di un altro amore che non c’è.

Escluso il primo, non so chi è messo peggio. E non so come son messo io.

15. dicembre 2010 by Gatto Nero
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Ma l’SMS, all’inizio?

12. dicembre 2010 by Gatto Nero
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Talloni d’Achille, chiome di Sansone

Claudio, Francesca

Claudio, Francesca - by Stefigno

Sì, gli anni passano per tutti.

Sì, non c’è nulla di male.

Sì, in fondo non faccio (totalmente) schifo neanche così.

Sì, c’è di peggio.

Sì, “ma guarda che quelli come te sono anche più sexy, eh”.

Sì, “te li puoi rasare a zero”.

Sì, “e si vede che hai più testosterone di altri”.

Sì tutto quello che volete.

Ma io quando vedo le mie foto, e mi rivedo calvo, ecco, a me vien proprio da piangere.

Perché son sempre cresciuto col terrore di diventare calvo come tutti i miei nonni, zii, padri, fratelli, parenti fino alla settima generazione.

E un po’ ci speravo. E invece no.

11. dicembre 2010 by Gatto Nero
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Cose che sto ascoltando con anni di ritardo #1

The Rapture, Echoes The xx, xx

Kings of Leon, Come around sundownThe National, High Violet

11. dicembre 2010 by Gatto Nero
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Dead will stay dead

L’avevo già notato ieri, per caso, per lavoro.

Ora scopro che anche quelli di Best Week Ever l’hanno sottolineato (grazie kekkoz): l’iniziativa dei “suicidi digitali” in favore della ricerca sull’AIDS si è rivelata un fallimento.

Altro che un milione di dollari per la ricerca. Questo screenshot del sito risale alle 14 di oggi, 3 dicembre. Non siamo neanche a un quinto dal risultato che doveva essere raggiunto.

La verità è che alla gente non importa l’HIV e l’AIDS. Si raccogliono milioni di euro per terremoti, tragedie naturali, crolli, morti e distruzioni. Ma la pandemia dell’AIDS non viene percepita come grave.

E la gente non sgancia una lira.

C’avevo provato anche io, nel mio piccolo, lo scorso anno. Stesso risultato.

Peccato.

03. dicembre 2010 by Gatto Nero
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Banana Republic: credo di essermi innamorato

Indubbiamente basta davvero poco per comprarmi

03. dicembre 2010 by Gatto Nero
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World AIDS Day: diffondi conoscenza e consapevolezza (anche se tu non sei malato)

Anche quest’anno il blog si veste di rosso, per il primo dicembre. È il World AIDS Day, lo sapevate?

Molti anni fa, quando frequentavo le varie chat su IRC, avevo preso la (buona) abitudine di lanciare un messaggio periodico di sensibilizzazione al tema dell’AIDS e della sieropositiva. Il concetto era, più o meno, che “fare sesso è bello, farlo sicuro è meglio” ricordando le varie pratiche a rischio di contrazione delle malattie sessualmente trasmissibili.

Ricordo i peggiori scontri, e le peggiori litigate. C’era chi affermava che no, lui non era a rischio. Chi sottolineava come la vita fosse sua, solo sua, e che era una sua scelta se praticare o meno sesso sicuro, e che ne avrebbe pagato solo lui le conseguenze (illuso). E c’era chi – ricordo bene – mi accusava di “fargli venire l’angoscia” con quei messaggi. Perché la consapevolezza genera angoscia, ed è giusto così: l’angoscia ti rende più cauto e meno stupido, ed è questa – forse – l’unica vera arma contro la diffusione del virus.

C’erano, poi, i tanti che mi chiedevano se fossi malato. “Ma tu sei sieropositivo?”. Perché non lo concepivano, non riuscivano a capire perché una persona “sana” avesse tutto questo interesse a diffondere informazioni e consapevolezza, e fosse tanto sensibile all’argomento.

Io malato non lo ero, e non lo sono. Ma quello dell’HIV l’ho sempre considerato anche un mio problema. Un problema di tutti. Più il virus si diffonde, più aumentano – statisticamente – il rischio di contrarlo. E meno piacere c’è nel far sesso (cosa che invece – diciamocelo – è molto piacevole e così dovrebbe essere sempre).

Per questo, credo che quello dell’informazione e del diffondere la consapevolezza sulla malattia sia un dovere civico e collettivo. Una responsabilità di tutti, ogni giorno. Ma ho imparato, anche, che non a tutti va di stare sulle barricate 365 giorni all’anno, 24 ore su 24. Nonostante sia assolutamente necessario.

Quindi, se proprio negli altri giorni della vostra vita preferite far altro e concentrare le vostre energie altrove, questo primo dicembre dedicato alla lotta all’HIV e all’AIDS. Indossate il fiocchetto rosso sui vostri vestiti (e fatelo indossare ai vostri blog, se ne avete uno); e se qualcuno vi chiederà il motivo del gesto, perdete del tempo a spiegarglielo. E dite di fare altrettanto.

È poco, forse. Ma è il minimo che – nel nostro piccolo – possiamo e dobbiamo fare.

Gente che ne parla:

  1. Stefigno
  2. Marco Zamperini
  3. Paolina

01. dicembre 2010 by Gatto Nero
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Un tavolo apparecchiato per due in una casa troppo grande

Alle volte basta mezza frase – detta così senza pensarci (né volerti fare del male) – per mettere in luce, dolorosamente, la tua condizione.

In meno di un mese, mi è successo due volte. La prima in un aeroporto, aspettando un aereo per tornare a Milano. La seconda, ieri sera, in casa, apparecchiando la tavola per una cena con un amico.

Le parole precise, quelle non le ricordo. Ma i concetti sì.

“Sei una bella persona, dovresti davvero trovarti un uomo con cui stare”

“Che sensazione strana, vedere la tavola vuota apparecchiata per due”

Mi sembra tutto così chiaro. Amaramente.

È stata una domenica di solitudine e insoddisfazione sotto pelle.

Non sono fatto per stare da solo.

21. novembre 2010 by Gatto Nero
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Game Stop, Mel B, Playstation e product placement

In effetti, visto l’oggetto, tutti avevamo pensato che l’uso del Playstation Move fosse quello.

Mel B e i molteplici usi del Playstation Move

19. novembre 2010 by Gatto Nero
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