Io, te e il mondo attorno

Amici. Amanti. Scopamici. Innamorati. Fidanzati. Trombata. Sostegno. Possesso.

Il mondo delle relazioni di coppia è così pieno di variabili che, a volte, non sai in che categoria infilarti. Cosa sei tu per lui/lei, e cos’è lui/lei per te?

Cerchi di districarti fra gli infiniti aspetti di un rapporto – se gli voglio bene ma non ci finisco a letto sono suo amico? se vorrei finirci a letto ma non la sopporto, è una scopata? se gli voglio bene e ci finisco a letto, ma non penso di essere “in a relationship”, cosa sono? – ma non sempre ce la fai.

Il sesso, l’amore, l’affetto, la rabbia, la rivalsa. Sono pezzi di un puzzle che non per forza si incastrano in una forma intellegibile. Alle volte, magari, ti sembra che manchi qualche pezzo.

Vi è capitato mai una sensazione del genere? Il non saper definire?

Bianchi e neri, curve e rette. Non ci si capisce nulla.

Vita sociale

In questi ultimi mesi – quanti sono, dieci? – di “assenza” da Friendfeed, ho imparato (incredibilmente) a non esprimere sempre la mia opinione non richiesta, a non partire lancia in resta alla difesa di pensieri e azioni che ritengo giuste, per quanto ancora le ritenga giuste, per quanto ancora alcuni pensieri e azioni opposte alle mie mi facciano intorcinare le budella e scaldare il sangue.

In una società che fa dell’esposizione-di-sé e della “presenza” – in Rete e non – la sua bandiera, io mi sono trovato costretto a dover fare l’opposto (anche per alcuni miei errori, ovvio). E l’ho fatto: ero in quinta, ho messo in folle, ho rallentato e mi sono fermato; poi ho messo la retro e mi sono allontanato di qualche metro.

Non è stato facile ma mi ha fatto bene. Una lezione di autoconsapevolezza: conoscere – e non solo vedere – i miei difetti e porci un freno. O almeno provarci.

Ancora adesso, a legger alcune cose da fuori – senza partecipare – mi verrebbe voglia di dire la mia, di confutare o di applaudire, di criticare o correggere. Qualche volta, raramente, lo faccio. Ma sempre con il timore di ripiombare nel baratro delle conversazioni infinite e delle litigate e dell’odio senza senso.

Perché la conversazione sociale è come l’alcolismo.

E adesso, sono in quella fase lì: vorrei tornare a bere il mio bicchiere di vino, ma non mi va di tornare a ubriacarmi fino a star male; e non so come fare, né se ho la forza per farlo, né se ho il coraggio di affrontare la paura.

Guardo conversazioni e mi freno, non partecipo. Vorrei, ma non lo faccio. Cosa si fa, di solito, in questi casi?

Wikipedia, rose e fiori

Nel festeggiare i dieci anni di Wikipediani, credo sia anche doveroso ricordare il messaggio peggiore che mi sia stato scritto da un wikipediano, accuratamente nascosto dietro proxy anonimo e probabilmente ancora fra i contributori – e amministratori – dell’enciclopedia online:

«Povero micino, ce l’hanno tutti con lui. [...] Magari troviamogli un bel negretto per l’inverno così si distrae e ci lascia scrivere l’enciclopedia. Te lo ricordi scrivere l’enciclopedia? Quando ancora servivi a qualcosa e noi non servivamo a te per curare la depressione? –16:55, 22 nov 2007 (CET)»

Perché wikipedia, dietro la patina di “collaboratività”, è soprattutto politica, giochi di potere, manie di persecuzione varie, maltrattamenti ai nuovi utenti che non conoscono ancora le regole italiane, e quel pizzico di omofobia, che non guasta mai.

E mail private di minacce. E troll anonimi che ancora passeggiano felici fra i commenti del mio blog.

Giusto per non farci mancare niente.

E invece.

Pensate che bello se anche in Italia ci fosse qualcosa di rivoluzionario come quello. Un figone che snobba la sventolona di turno e inoltre rimorchia il fratello. Che smacco e che colpi di scena, non trovate? Per esempio, in “Vivere”, in occasione dell’ultima puntata, avrebbero potuto chiudere la locanda Bonelli e trasformarla in un “Bed&Breakfast Lgbt”. E invece, niente.

Stiamo messi proprio bene.

Stanchi di viaggiare

Io e mia madre condividiamo un destino strano, che va oltre quello del sangue.

Viaggiamo da una vita.
Lei da quando – giovanissima – si trasferì in Svizzera per stare accanto a suo marito, in un paese straniero dove la gente parlava una lingua che non conosceva e che ha dovuto imparare, in qualche modo.
(Io la ammiro ancora per questo, e mi domando come abbiano fatto. Ammiro tutti gli emigranti d’Italia, e comprendo quelli che emigrano IN Italia, e mi incazzo – sì, mi incazzo – quando sento parlar male di loro. Ma questa è una parentesi lunga, e forse fuori luogo)
Dicevo: io e mia madre condividiamo il destino del viaggio.
Che è un destino amaro, di abbandono e di paura. Non credete a chi vi descrive il viaggio come un’esperienza estasiante, esaltante e basta, null’altro: sono persone senza legami.
Il viaggio ti pone di fronte a una sfida, ti spinge a cambiare e a migliorare, ad adattarti. Ma toglie via – sempre – un pezzo di te. Quello che lasci nella città che abbandoni, anche momentaneamente.
Il viaggio è un destino amaro, perché i viaggi iniziano e sembrano non finire mai.
E cominci a viaggiare, e ti chiedi se e quando finalmente tornerai a casa. E ti chiedi, soprattutto, quale sarà la tua casa. Qual È la tua casa.

Perché certe volte, anziché viaggiare, vorresti semplicemente stare seduto. Abbracciato alle persone che ami, a guardare il mare. E sentirti felice.