Paola Caruso è stata assunta. Credo. Quanto meno, ha un contratto in mano. E considerata la posta in gioco un altro co.co.co. non sarebbe abbastanza, come anche un co.co.pro., ma non ho le carte in mano per sapere esattamente di che tipo di contratto si tratta. [UPDATE: Pare che in realtà il contratto di Paola sia lo stesso che già aveva prima della protesta, senza nessun cambiamento]
Paola Caruso è stata assunta e non ci sarebbe potuta essere altra fine: era troppo tardi perché Paola desistesse, e ormai – in un modo o nell’altro – il danno d’immagine al Corriere era già arrivato. E mi dispiace con quanti erano partiti lancia in resta sospendendo la loro razionalità, accollando a una piccola (grande) donna un ruolo da Giovanna d’Arco, disposta a sacrificarsi fino alla fine per i diritti dei più deboli.
Paola Caruso è stata assunta ed era ovvio che volesse questo, altrimenti non avrebbe neppure cominciato la sua protesta. Ma il fatto che volesse un’assunzione – che simboleggiasse la fina della sua precarietà – non significa che parallelamente Paola Caruso non volesse anche dare una svegliata alla società sul problema del precariato.
Se v’aspettavate altro, credo abbiate subito un duro colpo. Ma non accollate responsabilità a Paola: lei non ne ha, avete fatto tutto da soli.
Una cosa da dire c’è, però: la storia di Paola Caruso è diventata un precedente importante nelle relazioni di lavoro fra precari e aziende.
Ha dimostrato, infatti, che se si grida forte e pubblicamente, il sistema è costretto ad ascoltarti e a venirti incontro. Questo perché – altrimenti – rischia di subire un danno di immagine, come dimostra la preoccupazione di De Bortoli di esser passato “passato per uno che non sostiene i giovani e non è così” (e invece sì, Ferruccio: certo che è così, altrimenti non avresti mai permesso una politica che preveda SETTE ANNI di precariato nella tua azienda; tutt’al più puoi affermare di essere uno che sostiene i giovani che fanno lo sciopero della fame).
In passato, questo tipo di lotte passava quasi sempre dal sindacato, il più delle volte infruttuosamente. Ma ora, chi impedirà agli altri precari del Corriere di fare uno sciopero della fame pubblico, con il sostegno della Rete? E a quelli di Mondadori, o di Condé Nast, Mediaset et similia? Niente.
Certo: ora la posta in gioco dovrà essere ovviamente più alta (uno sciopero della fame non basterà), e la Rete sarà già più refrattaria a sostenere questo tipo di iniziative (quelli del web amano le emozioni nuove). Ma il precedente rimane, ed è a favore del precario.
E non mi stupirebbe, per altro, se più d’uno ne approfitterà proprio in questi prossimi mesi.
Quindi grazie, Paola. Per aver ottenuto quello che volevi (e magari perché ne continuerai a parlare in altre sedi, anche se con ovvio minore entusiasmo), e per aver dimostrato a tutti che il sistema si può battere, e che il precariato non è una cosa da dare per scontata. Altrimenti il Corriere non avrebbe mai ammesso di essere nel torto.
Complimenti. E speriamo che qualcuno segua il tuo esempio. Perché a forza di giochi al rialzo – per ovvie ragioni – si arriverà al punto di rottura. Serviva solo qualcuno che iniziasse.


