La cultura nuova delle bici di Milano

Prima ne ho visto una, venirmi incontro su Corso Buenos Aires, con una coppia di ragazzi. Lui alla guida, lei seduta dietro, abbracciata. Me li sono immaginati parlare piano.

Poi, ancora, sempre su Corso Buenos Aires – ma una mezz’ora dopo – ne ho visto un paio: ancora una coppia di ragazzi su una, e un ragazzo sull’altra. Sorridevano.

Questa sera, mentre la voglia di gelato mi portava per le strade di Porta Venezia, Milano mi ha fatto un regalo inaspettato. Una presenza che avevo già cominciato a notare nei giorni scorsi, ma che ora è diventata ricorrente, quasi naturale.

Le biciclette.

E quando con il mio gelato in mano, sbocconcellato in questa strana serata tranquillamente primaverile, me ne sono trovato ancora e ancora davanti, ho cominciato a sentirmi bene.

Un altro gruppo di ragazzi che pedalavano in fretta ridendo. Due coppie su quattro bici – amici? fidanzati? – che si salutavano e chiacchieravano nell’angolo di una strada. Una ragazza seduta sulla canna della bicicletta guidata da lui, che lo guardava pedalare.

Voi pensatela come cazzo vi pare. Io ero parecchio felice.

Sono intorno a noi, in mezzo a noi (e sono come noi)

Ce ne frega davvero qualcosa di capire esattamente cosa dicono, Laurent e Peter? Francamente, no.

Sono lì con il loro bambino, dopo due anni di separazione forzata causata dalle leggi su coppie di fatto e adozione ai gay. E il bambino sorride, mangia, gioca, scherza. Quando il bambino sorride, capisci tutto. Anche noi possiamo essere felici, anche i nostri figli possono essere felici.

Allora, care amiche, ci vediamo al Pride?

Più di un milione? Meno di un milione? Non importa. Checché se ne dica – per quanti distinguo si voglia scegliere di fare (e ce ne sarebbero, da fare) – questa manifestazione figlia di un femminismo antico ha visto una grande partecipazione popolare, anche e soprattutto di persone che in piazza finora non erano scese. Donne impellicciate, signore-bene, claustrofobiche impreparate alla folla: c’erano tutte.

E non erano sole. Uomini, anziani, padri di famiglia, e ancora tanti, tantissimi omosessuali e tantissime sorelle lesbiche. Queste ultime, sì, ringraziate e salutate dal palco della manifestazione milanese.

Ecco, è a questo punto che mi sale l’amarezza, giù dallo stomaco su su su fino alla testa. Niente di nuovo: la consapevolezza che tutta questa gente è lì per le donne, ma che non sarebbe lì per gli omosessuali. O per i giovani precari, ad esempio.

Posso provare a dirlo, senza essere ritenuto offensivo? C’è tutta una serie di “categoria di persone” che no, non si interessa dei problemi degli altri ma che guarda al proprio orticello. E – purtroppo – il movimento femminista è uno di questi (a parte apprezzatissime quanto ormai rare eccezioni).

Care donne, noi omosessuali e noi giovani siamo stati pronti a darvi man forte. Voi siete pronte a dare man forte a noi? A scendere in piazza in massa anche per i nostri diritti?

Finora non è capitato. Eppure, concedetecelo, di cose gravi nel nostro paese ne sono capitate già. Da tempo. Dalla situazione del precariato giovanile che ha strappato a una intera generazione la possibilità di progettare – peggio: sognare – un futuro, ai diritti degli omosessuali e dei “diversi” sempre più emarginati e offesi in maniera violenta.

Eppure, di fronte a questi problemi, la piazza – la cittadinanza – non ha reagito.

Ha reagito con voi e per voi, care donne. Radunandosi in massa, risvegliandosi. Tutto molto bello. Ma allora era vostra la responsabilità di sfruttare correttamente questo grande privilegio, la forza della piazza. Evitando l’autoreferenzialità e ricordando che – oltre a voi donne – anche altri settori “minoritari” della società subiscono (da tempo) le conseguenze di una società gretta, maschilista e discriminatoria.

Ecco, io questa cosa – oggi in piazza a Milano – non l’ho sentita. Sono stato sfortunato io?

Dimostratemi il contrario, care donne. Dimostratemi che la scelta mia – come di tanti altri uomini gay – di scendere in piazza al vostro fianco non sarà stata vana. Che non è stato un sostegno unilaterale.

Dopo tanti anni, io ci spero ancora. Nonostante le mille delusioni, occasione dopo occasione.

Oh, beh, ovvio

Tea - Skins

Tea, la lesbica italoamericana unico personaggio "nuovo" di Skins US

Della versione di Skins americana e delle sue quasi inesistenti (ma tutte negative) differenze della prima puntata della serie rispetto all’originale inglese ne ho parlato altrove, e non è il caso di ripetermi.

Della seconda, mi limito a dire che Tea – il personaggio che ha furbescamente sostituito il totally-out-of-the-closet Maxxie con una versione più appetibile per il pubblico di giovani adolescenti ingrifati americani – è una lesbica che già dalla seconda puntata mette in dubbio la sua omosessualità baciando il protagonista Tony.

Non solo. Italoamericana: figlia di una famiglia numerosa e rumorosa (ma piena d’amore), con una nonna in casa malata di Alzheimer (ma lesbica costretta a sposarsi), con un padre affettuoso e non ossessivo (ma omofobo) che ama lavorare per la sua famiglia (ma comunque legato alla mafia e alla violenza).

Pregevole: con la tecnica del bastone e della carota, riuscire a inanellare tutta una serie di luoghi comuni offensivi e retrogradi sulla comunità italoamericana e su quella omosessuale, salvo condirli con lievi variazioni sul tema per farli digerire meglio. Una tecnica da antica nobiltà.

Il popolo ha fame? Dategli delle brioche. E un cazzo, “che non ha provato quello giusto”.

Il popolo che firma e il popolo che non fa

Mentre in Egitto succede di tutto e Mubarak taglia le vie di comunicazione “alternative” chiudendo l’accesso pubblico a Internet, in Italia e nel mondo è iniziato tutto il sommovimento dei rivoluzionari da scrivania, fra inutili raccolte di firme e – ci scommettiamo? – numerosi quanto piaciatissimi gruppi di fan su Facebook.

Un consiglietto, così, in amicizia: Vodafone è presente in tutto il mondo, Italia compresa. Ed è il secondo maggior operatore di telefonia mobile in Italia. Quasi sicuramente avete una SIM Vodafone, no? Benissimo: senza tante chiacchiere, senza tante firmettine, domani prendete la scheda dal vostro cellulare, recatevi in uno qualsiasi degli altri operatori, e fate la portabilità. E solo *dopo* informate la Vodafone della vostra decisione.

Perché sono i soldi che spostano il potere. Noi come consumatori abbiamo un enorme forza, in mano: la capacità di far fallire un’azienda spostandoci in massa verso un altro competitor.

Ma la verità è che ci vien molto più comodo starcene a casuccia nostra, cliccare su un “Mi piace”, copincollare una mail che nessuno leggerà. Ci richiede molti meno sacrifici, vuoi mettere?

Le ragioni degli altri, e il sacrificio dei soliti

Tutte le volte che leggo la gente stracciarsi le vesti di fronte ai destini degli operai di Mirafiori – destino per altro sufficientemente roseo, visto che prevede un lavoro ancora sicuro, una pensione, dei benefit – mi chiedo sempre perché la gente non si stracci le vesti, piuttosto, per la moltitudine di precari italiani.

Dov’è la FIOM, dove sono gli onnipresenti sindacati di fronte a una intera classe di giovani (e meno giovani, ormai) lasciati totalmente allo sbando, impossibilitati a programmare la propria vita a lunga scadenza – roba che superi l’anno – e messi di fronte a un futuro senza pensione e probabilmente senza previdenza sociale?

Dove stanno i direttori dei giornali, così ansiosi di gridare “allarme! allarme!” di fronte alle innovazioni di Marchionne?

Dove stanno i paladini della rivoluzione da click, quelli sempre pronti a cliccare un “Mi piace” su Facebook?

Perché non c’è fretta, dopotutto, no? In fondo i giovani possono sopportare qualche sacrificio in più, per pagare la pensione degli operai e degli impiegati attuali. Perché li si può sfruttare ancora, sotto sotto.

Dove sono, tutti? Perché non ho visto la gente in piazza per la tragedia dei call-center all’italiana? Perché i sindacati non si sono mai interessati al problema, concentrandosi sul mantenimento dello status quo per tutti, non solo per gli operai “buoni” ma anche per i nullafacenti?

Perché quelli che si stracciano le vesti stanno chiedendo questo: che nulla cambi. Anche se il sistema prevede che siano i più giovani e i più onesti a sacrificarsi.

È il solito assistenzialismo all’italiana.

Cose che non capisco della blogosfera

Ognuno fa le sue scelte, nella vita.

Negli ultimi mesi, io ho deciso di abbandonare in parte il socialnetworkismo spinto, cancellando il mio account da uno dei major playground della conversazione in Rete degli ultimi anni: Friendfeed. L’ho fatto per mille ragioni che non sto qui a spiegare, e l’ho fatto in maniera radicale (tant’è che qualcuno s’è subito premurato di appriopiarsi del “mio” account lissù).

C’è invece altra gente che ha preso una posizione meno radicale, come Marco Mazzei, e pur abbandonando Friendfeed ha deciso di non cancellare il suo account (con tutto il corollario di importatori automatici che lo circonda).

Ora, è da un po’ che osservo da fuori il giardinetto dei blogger e periodicamente vedo persone su persone commentare i post del blog di Marco Mazzei sull’account Friendfeed di Marco Mazzei. Un account che Mazzei non usa più.

Ecco, io questo non riesco a capire. Non si parlava di conversazione digitale? E allora perché mettersi a conversare in un posto in cui il diretto interessato non può (=vuole) metter piede?

È perché si è pigri? Perché non ci si pensa su, e si commenta in automatico? Perché non ce ne frega nulla dell’opinione del diretto interessato? O perché non si ha alcuna intenzione di rispettare la scelta di una persona, volendo imporre la propria?

Non lo so, non so rispondere. A me, sotto sotto, è sempre sembrata una cosa un filo antipatica (ma lo dico sotto voce). Se poi ci sono altre spiegazioni, sono benvenute. Però, magari, venite a dirmele in faccia, non altrove.

Dead will stay dead

L’avevo già notato ieri, per caso, per lavoro.

Ora scopro che anche quelli di Best Week Ever l’hanno sottolineato (grazie kekkoz): l’iniziativa dei “suicidi digitali” in favore della ricerca sull’AIDS si è rivelata un fallimento.

Altro che un milione di dollari per la ricerca. Questo screenshot del sito risale alle 14 di oggi, 3 dicembre. Non siamo neanche a un quinto dal risultato che doveva essere raggiunto.

La verità è che alla gente non importa l’HIV e l’AIDS. Si raccogliono milioni di euro per terremoti, tragedie naturali, crolli, morti e distruzioni. Ma la pandemia dell’AIDS non viene percepita come grave.

E la gente non sgancia una lira.

C’avevo provato anche io, nel mio piccolo, lo scorso anno. Stesso risultato.

Peccato.

World AIDS Day: diffondi conoscenza e consapevolezza (anche se tu non sei malato)

Anche quest’anno il blog si veste di rosso, per il primo dicembre. È il World AIDS Day, lo sapevate?

Molti anni fa, quando frequentavo le varie chat su IRC, avevo preso la (buona) abitudine di lanciare un messaggio periodico di sensibilizzazione al tema dell’AIDS e della sieropositiva. Il concetto era, più o meno, che “fare sesso è bello, farlo sicuro è meglio” ricordando le varie pratiche a rischio di contrazione delle malattie sessualmente trasmissibili.

Ricordo i peggiori scontri, e le peggiori litigate. C’era chi affermava che no, lui non era a rischio. Chi sottolineava come la vita fosse sua, solo sua, e che era una sua scelta se praticare o meno sesso sicuro, e che ne avrebbe pagato solo lui le conseguenze (illuso). E c’era chi – ricordo bene – mi accusava di “fargli venire l’angoscia” con quei messaggi. Perché la consapevolezza genera angoscia, ed è giusto così: l’angoscia ti rende più cauto e meno stupido, ed è questa – forse – l’unica vera arma contro la diffusione del virus.

C’erano, poi, i tanti che mi chiedevano se fossi malato. “Ma tu sei sieropositivo?”. Perché non lo concepivano, non riuscivano a capire perché una persona “sana” avesse tutto questo interesse a diffondere informazioni e consapevolezza, e fosse tanto sensibile all’argomento.

Io malato non lo ero, e non lo sono. Ma quello dell’HIV l’ho sempre considerato anche un mio problema. Un problema di tutti. Più il virus si diffonde, più aumentano – statisticamente – il rischio di contrarlo. E meno piacere c’è nel far sesso (cosa che invece – diciamocelo – è molto piacevole e così dovrebbe essere sempre).

Per questo, credo che quello dell’informazione e del diffondere la consapevolezza sulla malattia sia un dovere civico e collettivo. Una responsabilità di tutti, ogni giorno. Ma ho imparato, anche, che non a tutti va di stare sulle barricate 365 giorni all’anno, 24 ore su 24. Nonostante sia assolutamente necessario.

Quindi, se proprio negli altri giorni della vostra vita preferite far altro e concentrare le vostre energie altrove, questo primo dicembre dedicato alla lotta all’HIV e all’AIDS. Indossate il fiocchetto rosso sui vostri vestiti (e fatelo indossare ai vostri blog, se ne avete uno); e se qualcuno vi chiederà il motivo del gesto, perdete del tempo a spiegarglielo. E dite di fare altrettanto.

È poco, forse. Ma è il minimo che – nel nostro piccolo – possiamo e dobbiamo fare.

Gente che ne parla:

  1. Stefigno
  2. Marco Zamperini
  3. Paolina