Sono intorno a noi, in mezzo a noi (e sono come noi)

Ce ne frega davvero qualcosa di capire esattamente cosa dicono, Laurent e Peter? Francamente, no.

Sono lì con il loro bambino, dopo due anni di separazione forzata causata dalle leggi su coppie di fatto e adozione ai gay. E il bambino sorride, mangia, gioca, scherza. Quando il bambino sorride, capisci tutto. Anche noi possiamo essere felici, anche i nostri figli possono essere felici.

Oh, beh, ovvio

Tea - Skins

Tea, la lesbica italoamericana unico personaggio "nuovo" di Skins US

Della versione di Skins americana e delle sue quasi inesistenti (ma tutte negative) differenze della prima puntata della serie rispetto all’originale inglese ne ho parlato altrove, e non è il caso di ripetermi.

Della seconda, mi limito a dire che Tea – il personaggio che ha furbescamente sostituito il totally-out-of-the-closet Maxxie con una versione più appetibile per il pubblico di giovani adolescenti ingrifati americani – è una lesbica che già dalla seconda puntata mette in dubbio la sua omosessualità baciando il protagonista Tony.

Non solo. Italoamericana: figlia di una famiglia numerosa e rumorosa (ma piena d’amore), con una nonna in casa malata di Alzheimer (ma lesbica costretta a sposarsi), con un padre affettuoso e non ossessivo (ma omofobo) che ama lavorare per la sua famiglia (ma comunque legato alla mafia e alla violenza).

Pregevole: con la tecnica del bastone e della carota, riuscire a inanellare tutta una serie di luoghi comuni offensivi e retrogradi sulla comunità italoamericana e su quella omosessuale, salvo condirli con lievi variazioni sul tema per farli digerire meglio. Una tecnica da antica nobiltà.

Il popolo ha fame? Dategli delle brioche. E un cazzo, “che non ha provato quello giusto”.

World AIDS Day: diffondi conoscenza e consapevolezza (anche se tu non sei malato)

Anche quest’anno il blog si veste di rosso, per il primo dicembre. È il World AIDS Day, lo sapevate?

Molti anni fa, quando frequentavo le varie chat su IRC, avevo preso la (buona) abitudine di lanciare un messaggio periodico di sensibilizzazione al tema dell’AIDS e della sieropositiva. Il concetto era, più o meno, che “fare sesso è bello, farlo sicuro è meglio” ricordando le varie pratiche a rischio di contrazione delle malattie sessualmente trasmissibili.

Ricordo i peggiori scontri, e le peggiori litigate. C’era chi affermava che no, lui non era a rischio. Chi sottolineava come la vita fosse sua, solo sua, e che era una sua scelta se praticare o meno sesso sicuro, e che ne avrebbe pagato solo lui le conseguenze (illuso). E c’era chi – ricordo bene – mi accusava di “fargli venire l’angoscia” con quei messaggi. Perché la consapevolezza genera angoscia, ed è giusto così: l’angoscia ti rende più cauto e meno stupido, ed è questa – forse – l’unica vera arma contro la diffusione del virus.

C’erano, poi, i tanti che mi chiedevano se fossi malato. “Ma tu sei sieropositivo?”. Perché non lo concepivano, non riuscivano a capire perché una persona “sana” avesse tutto questo interesse a diffondere informazioni e consapevolezza, e fosse tanto sensibile all’argomento.

Io malato non lo ero, e non lo sono. Ma quello dell’HIV l’ho sempre considerato anche un mio problema. Un problema di tutti. Più il virus si diffonde, più aumentano – statisticamente – il rischio di contrarlo. E meno piacere c’è nel far sesso (cosa che invece – diciamocelo – è molto piacevole e così dovrebbe essere sempre).

Per questo, credo che quello dell’informazione e del diffondere la consapevolezza sulla malattia sia un dovere civico e collettivo. Una responsabilità di tutti, ogni giorno. Ma ho imparato, anche, che non a tutti va di stare sulle barricate 365 giorni all’anno, 24 ore su 24. Nonostante sia assolutamente necessario.

Quindi, se proprio negli altri giorni della vostra vita preferite far altro e concentrare le vostre energie altrove, questo primo dicembre dedicato alla lotta all’HIV e all’AIDS. Indossate il fiocchetto rosso sui vostri vestiti (e fatelo indossare ai vostri blog, se ne avete uno); e se qualcuno vi chiederà il motivo del gesto, perdete del tempo a spiegarglielo. E dite di fare altrettanto.

È poco, forse. Ma è il minimo che – nel nostro piccolo – possiamo e dobbiamo fare.

Gente che ne parla:

  1. Stefigno
  2. Marco Zamperini
  3. Paolina

Stiamo come stiamo

Di solito riconosco le persone anche vedendole arrivare da lontano.

Ne riconosco la silouette, il modo di camminare, il portamento, le proporzioni, i tic. Difficilmente sbaglio.

Questa sera, tornando dal cinema (il film che ho visto è quello nella locandina a sinistra), mi era sembrato di riconoscere un mio buon conoscente – o buon amico, vallo a capire: è sempre così difficile distinguere il grano dall’oglio – vedendolo camminare di schiena. Portamento elegante, figura slanciata, camminata posata ma ferma, insomma: una persona bella, nel senso fisico del termine, di quelle che ti dici “ah però, bello lui”.

Avrei sempre voluto avere un portamento così. Una silhouette così. Non avrei mai voluto fermarmi all’1.65m che sono ora. Avrei voluto essere un po’ meno alto dell’1.80, slanciato, magro, armonioso. E avrei voluto essere elegante.

Purtroppo non scegliamo come nascere, e più di tanto non possiamo cambiare. Io sarò sempre 1.65 e un po’ goffo nel camminare, pesante. Lui resterà sempre slanciato. Qualcun altro, in giro per la città, resterà sempre dinoccolato. E così via, per l’aspetto fisico e per il carattere.

Il bravo ragazzo resterà sempre un bravo ragazzo. Il sognatore fallito resterà sempre un sognatore e un fallito, fino all’ultimo momento, fino all’ultimo evitabilissimo errore commesso che distruggerà ogni cosa. L’infiltrata non troverà mai il suo posto nel mondo,  E così via.

Io, per quanto mi sforzi di cambiare e migliorare, resterò sempre me stesso: un me stesso che non mi piace. E anche questa continua insoddisfazione resterà la mia cifra caratteristica.

Da tempo penso che la mia famiglia non sia l’emblema della fortuna. Siamo l’emblema delle persone che sopravvivono alla sfortuna, semmai, di quelle che cercano di essere felici nonostante sembri impossibile.

Non cambia nulla. La vita è un copione fisso, e i personaggi son gli stessi. E c’è chi aspetta, sempre, un lieto fine che pare non arrivare mai.

La pagliuzza nell’occhio e la trave nel culo

Quindi, sappi che è con questi soggetti che avrai a che fare: non aspettarti particolare cameratismo, simpatia o comprensione. Quelli li avrai dagli etero amici tuoi. Per noi non andrai mai bene: il tuo peccato originale non ti verrà mai, mai perdonato. I dubbi e le paure, quando non sono nostri, sono sempre malafede. Le Ive Zanicchi possono dire tutte le minchiate omofobe che vogliono, tanto quelle sono icone gay: vengono premiate, ossequiate, adorate a prescindere. Ci sputano addosso la loro ignoranza e noi uggioliamo contenti. Tu invece avresti dovuto dirlo subito, che sei omosessuale: meglio su un comunicato allegato al primo disco, e possibilmente indicando le tue preferenze in fatto di orsi o biondini glabri. All’età del tuo primo disco metà di quelli che ti criticano erano ancora chiusi nell’armadio? Non importa, tu sei Tiziano Ferro: onori e oneri, caro mio.

Signore e signori, Mr. Mark su Tom Blog.