Di solito riconosco le persone anche vedendole arrivare da lontano.
Ne riconosco la silouette, il modo di camminare, il portamento, le proporzioni, i tic. Difficilmente sbaglio.
Questa sera, tornando dal cinema (il film che ho visto è quello nella locandina a sinistra), mi era sembrato di riconoscere un mio buon conoscente – o buon amico, vallo a capire: è sempre così difficile distinguere il grano dall’oglio – vedendolo camminare di schiena. Portamento elegante, figura slanciata, camminata posata ma ferma, insomma: una persona bella, nel senso fisico del termine, di quelle che ti dici “ah però, bello lui”.
Avrei sempre voluto avere un portamento così. Una silhouette così. Non avrei mai voluto fermarmi all’1.65m che sono ora. Avrei voluto essere un po’ meno alto dell’1.80, slanciato, magro, armonioso. E avrei voluto essere elegante.
Purtroppo non scegliamo come nascere, e più di tanto non possiamo cambiare. Io sarò sempre 1.65 e un po’ goffo nel camminare, pesante. Lui resterà sempre slanciato. Qualcun altro, in giro per la città, resterà sempre dinoccolato. E così via, per l’aspetto fisico e per il carattere.
Il bravo ragazzo resterà sempre un bravo ragazzo. Il sognatore fallito resterà sempre un sognatore e un fallito, fino all’ultimo momento, fino all’ultimo evitabilissimo errore commesso che distruggerà ogni cosa. L’infiltrata non troverà mai il suo posto nel mondo, E così via.
Io, per quanto mi sforzi di cambiare e migliorare, resterò sempre me stesso: un me stesso che non mi piace. E anche questa continua insoddisfazione resterà la mia cifra caratteristica.
Da tempo penso che la mia famiglia non sia l’emblema della fortuna. Siamo l’emblema delle persone che sopravvivono alla sfortuna, semmai, di quelle che cercano di essere felici nonostante sembri impossibile.
Non cambia nulla. La vita è un copione fisso, e i personaggi son gli stessi. E c’è chi aspetta, sempre, un lieto fine che pare non arrivare mai.