L’Italia che fa e l’Italia che lo avrebbe fatto meglio

Uno dei miei primi stage universitari è stato all’ANSA. Redazione web: tagliavamo, tagliavamo, tagliavamo e ricucivamo assieme testi lunghissimi per far stare una notizia intera in nove righe. Una bella esperienza, per me. Un bel guadagno per la redazione (che era abbastanza contenta del mio lavoro, ma chi si loda s’imbroda e quindi mi fermo qui).

Una cosa, però, la misero in chiaro subito: non ci sarebbe stata alcuna possibilità di assunzione, neanche un contrattino a progetto, niente. Stage non retribuito e via andare. Perché “qui non fanno assunzioni”, in generale.

Qualche mese dopo il mio arrivo, venne un nuovo stagista. Simpatico, e secondo me neanche tanto male come giornalista. Di lui si sapeva già che sarebbe stato assunto, perché figlio di un altro giornalista che all’ANSA ci lavorava già. Si sapeva già, lo si diceva quasi apertamente (anche se – credo – mai di fronte al ragazzo in questione).

Vedete? È un sistema, funziona così. Tutti quelli che sono nell’ambiente sanno che va in questo modo. E di giornalisti assunti, regolari, ormai non ne conosco quasi nessuno: sono tutti precari, in un modo o nell’altro.

Per questo, io, Paola la capisco benissimo. E credo lo possa capire chiunque abbia un minimo di sensibilità, leggendo queste righe:

Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in modo diverso.

Non è una questione di lavoro o non lavoro, di file non rispettate, di egoismi. È una pura e semplice questione di dignità. Perché nel precariato è lei ad esser messa di più in gioco. Ti spingono al sacrificio, all’ingoiare i bocconi amari, a lavorare in condizioni in cui sei considerato di serie B. Il tutto nella speranza che, prima o poi, arrivi l’assunzione.

E intanto vai avanti a contratti di collaborazione, a partite IVA, a co.co.pro, a stage… Tutte forme diverse per un concetto identico: lavori per noi, ma non sei come noi. Non sei parte dell’azienda, non sei al nostro livello, sei diverso.

E quindi Paola ha tutta la mia stima, per il coraggio dimostrato. Il coraggio della disperazione. Che a qualcosa porterà, si spera; qualcosa di buono per lei (ma se anche l’assumessero in RCS, ora, che vita credete che farà?).

Purtroppo arriveranno le critiche. Sono già arrivate. Quelli per cui Paola è una egoista, o una stupida, o una in cerca di pubblicità, o una che semplicemente dovrebbe capire che le cose funzionano così, e che si deve adattare.

E arriveranno anche quelli che no, lo sciopero della fame no, è una cazzata, non è questa la soluzione. Sono quelli che hanno sempre una soluzione migliore al problema, ma non la mettono in pratica mai. E l’Italia dell’“io lo avrei fatto meglio”, l’Italia che storce il naso.

Quella, purtroppo, non diventa precaria mai.

14. novembre 2010 by Gatto Nero
Categories: Political, Social | Tags: , , , | 14 comments

Comments (14)

  1. Grazie Gatto, bel post…

  2. Bello e soprattutto estremamente condivisibile.
    Da parte di uno che tra l’altro conosce Paola e che Venerdì sera, quando lei già aveva preso la sua decisione, pensava di prendere un aperitivo con lei e altri amici comuni!
    Ci sono rimasto molto male, colpa del mio eccesso di empatia, anche se NON condivido la forma della lotta che lei ha scelto.
    Sicuramente condivido e capisco le sue ragioni (qualunque forma di precariato oltre i 2 anni è una mostruosità indegna di una società civile).
    Non condivido però questo mettersi con le spalle al muro e lasciarsi come exit-strategy, alla fine del tunnel, solo la morte!
    Il post di Gatto Nero mi è piaciuto però molto e l’ho trovato vero e soprattutto: sincero!
    Grazie!

  3. leggo le tue parole e piango

  4. Quoto Gatto. Davvero un bel post che condivido pienamente.

  5. Concordo al 10.000%!

  6. Condivido, condivido, condivido pienamente Gatto Nero e la lotta di Paola. Condivido il mezzo con cui ha voluto farla, il suo coraggio, la sua forza.
    In questa bella Italia del far poco per ottenere molto, ci vorrebbero tante Paole che fanno tanto per ottenere poco.
    Se può servire, da uno dei tanti che fanno o non fanno, ma che esistono e credono in un’Italia migliore… FORZA PAOLA! …NON MOLLARE!

  7. Questo precariato è frutto delle leggi in vigore. Le aziende, anche se fatte di persone – a volte – perbene, approfittano di questa legislazione. Non è un problema di mentalità, ma di legislazione che permette questo sfruttamento a vita.

  8. Bellissimo post, complimenti.

  9. “Vedete? È un sistema, funziona così. Tutti quelli che sono nell’ambiente sanno che va in questo modo”.

    Hai centrato solo uno dei tanti punti di questa vicenda, uno dei tanti punti che – stranamente? – molti sembrano non cogliere.

  10. Ottimo post, bravo!

  11. Io penso una cosa, ora che gira pure la notizia che l’INPS non riconoscerà le pensioni ai precari, visto che vi conoscete, siete in tanti e ormai avete appurato che l’assunzione non arriverà mai, ma perchè non vi unite! alzate la voce NON ACCETTATE PIU’ CONTRATTI DI QUESTO GENERE!! se all’inserzioni ci sono sempre 200 o 300 persone disposte a lavorare a progetto oppure cococo, ci sarà sempre qualcuno che se ne approfitta. Lo so non è facile ci sarebbe bisogno di qualche bastone invece delle parole, ma penso una soluzione si debba trovare, per forza! Noi come arma abbiamo la rete, vedo che voi come giornalisti conoscete abbastanza persone …cazzo! organizzano delle orgie enormi e dei rave enormi via internet NON RIUSCIAMO AD ORGANIZZARE UNA PROTESTA CON I FIOCCHI STILE GALLETTI?
    E’ questo che vogliono, non lo sanno ma I CAPOCCIA vogliono che tornino gli anni ’70 …e se è questo che vogliono!!!!? loro hanno rovinato il LAVORO con leggi assurde e stanno rovinando l’ITALIA nascondendo molte verità.

  12. Mi riconosco e quoto. Ma a proposito di dignità lancio anche quella che può sembrare una provocazione: i colleghi della scrivania accanto dove sono? Perché stanno sempre tutti zitti? Perché nessuno al Corrier, ieri, sapeva di Paola?

  13. Capisco benissimo la disperazione di Paola, è la disperazione che fa fare cose estreme. Ma è un sentimento difficile da condividere perché tutti in fondo al cuore sperano di non arrivarci mai, di salvarsi in un modo o nell’altro. E questo non aiuta a tenere unite persone che devono contare i centesimi, non gli euro, prima di uscire di casa. Hai le bollette, l’affitto, qualche debito e accetti tutto, qualsiasi condizione. Se non ci sei passato non puoi capire.

    Paola ha la mia totale solidarietà.

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