Monthly Archives: ottobre 2009
Senza mani!
Ci sono volte che per mettere una pezza a una pessima uscita si finisce per far di peggio.
Chinaski c’è riuscito, cercando di ovviare alle critiche al suo precedente post vagamente omofobo di quei poveri pirla che in realtà non capiscono un cazzo di letteratura perché Chinaski è uno figo che scrive bene e quindi c’ha ragione a prescindere.
E c’è riuscito talmente bene da riuscire a scatenare una ridda di commenti di buon gusto, fra cui spicca roba come questa:
Vedo che abbiamo gli stessi problemi, cioè no, io in passato li ho risolti, ma solo sbandierando il fatto che una volta frequentavo alcuni gay e li trovavo simpatici (pur rabbrividendo al pensiero della pratica omosessuale).
Roba che la Carfagna e i suoi amici gay che non si sentono discriminati andrebbero in massa da Chinaski e dagli amici sua per limonarseli selvaggiamente.
La D’Addario aveva più successo
Piccolo aggiornamento sullo stato delle donazioni pro-Lila per il mio rientro su Friendfeed:
- 5 persone 5 hanno messo mano – anche simbolicamente – al portafoglio
- la raccolta è ferma ai 25 euri, roba più, roba meno
- l’iniziativa non ha avuto un grosso richiamo in Rete – cosa prevedibile – quindi difficilmente ci sarà un boom improvviso nelle prossime ore
Stante così le cose, ci diamo una scadenza: alla fine del prossimo week-end, chiudiamo baracche e burattini e doniamo il donabile alla LILA, che quanto meno abbiamo fatto una buona azione per la lotta contro AIDS e HIV…
Sopravvivere a se stessi
Sono un po’ puttana, ma dal cuore d’oro
Qualcuno lo ha notato. Perché mai non mi è ancora chiaro, ma qualcuno lo ha notato davvero: mi sono disiscritto da Friendfeed.
“Che cazzo è Friendfeed?”
Uh, santa pace, devo spiegarvi proprio tutto.
Vabbè. Sta di fatto che mi sono disiscritto. I motivi della mia disiscrizione sono ancora validi, ma c’è questo movimento di opinione sotterraneo e poco credibile che chiede – in maniera anche esilarante (le risate che mi sono fatto con questo video) – il mio ritorno sul social network, per cazzarare assieme.
Maledette introduzioni lunghe. Comunque. Dicevo. Ecco.
Mi volete di nuovo su Friendfeed? Pagatemi!
Sì lo so che fa un po’ escort rumena. Un po’ bananona tutta panna. Ma è a fin di bene!
Qui sotto troverete un simpatico bottoncino Paypal: donate, donate, donate. Alla cinquantesima donazione – scegliete voi l’importo, ma almeno 1 euro buttatelo, purciari! – ritorno su Friendfeed come se nulla fosse. In caso contrario, pace e amici ma diciamocelo, siete tutti un po’ stronzi e ricordatevi che dovete morire.
“Ah, meschino marchettaro! Coi sordi ti ci compri l’escort rumeno? La bananona tutta panna?”
No, devolvo tutto alla Lila.
Così unite il dilettevole all’utile, che la lotta all’AIDS e all’HIV e alle malattie sessualmente trasmissibili mica si vince facendo finta che non esista.
E se volevate una spiegazione più chiara di tutto l’ambaradan, avete decisamente sbagliato persona.
La strategia della paura
Questa mattina, alle 8, mia madre mi ha chiamato sul telefonino. “Buongiorno”, mi ha detto. Buongiorno, le ho risposto con la voce un po’ impastata. “Stavi dormendo?”. Sì, ma mi stavo per alzare. Come mai mi chiami a quest’ora? “No, niente, ho fatto un brutto sogno. Senti… ti volevo dire… mi raccomando non iscriverti a questi gruppi su Facebook contro Berlusconi, che hai visto che fanno le denunce?“.
Mi ha detto proprio così, mia madre. “Non fare questa cosa, che se lo scoprono ti denunciano”. Si preoccupa, mia madre, come qualunque madre fa per il proprio figlio.
Forse è questo il passo successivo nell’evoluzione della società italiana che stiamo vivendo. Forse.
Riletture
Carissimo Gatto,
volevo chiamarti oggi per dirti come è stato. Ma tu hai detto ragazz*, scriviamo! scriviamo tutto, che possa rimanere.Volevo raccontarti che ieri, quando sono arrivata con armi e bagagli in Oberdan, mi sono seduta da sola e per molto tempo ho pensato che non sarebbe venuto nessuno tranne i nostri amici, e che ne sarebbe venuta fuori una pizzata e un salto al Lelephant.
Poi è arrivato Marco, con te al telefono. Ed è arrivata Livia, poi Ilaria e poi non so, non so proprio dirti com’è che il piazzale si è riempito e tutti volevano fiaccole e bandiere; anche certe signore che sembravano appena uscite da un aperitivo al Rotary club. E gliele abbiamo date, perché ne avevamo fatte tante da far invidia alle luminarie di Natale.E all’improvviso, senza che nessuno dicesse nulla il corteo ha iniziato a muoversi spontaneamente. E solo quando abbiamo imboccato Corso Venezia mi sono resa conto di quello che stava succedendo: non riuscivo a vedere la fine e l’inizio di quel fiume di fuochi. È un Pride notturno, ho pensato. Altro che mini, altro che micro.
Chiedevano di te e nessuno poteva credere che tu avessi organizzato tutto dalla Calabria. Ma io gliel’ho detto che eri lì, e ci siamo fatti un bel pezzo di strada insieme, e lo sentivo che eri commosso e mi veniva da piangere ma mi dicevo che era colpa del fumo delle fiaccole.
E vaffanculo alla timidezza, ho parlato con tutti e mi hanno detto che erano felici, che era incredibile e che si potesse stare insieme così, spontaneamente, e che c’era tanta allegria anche senza quei carri tanto amati dai TG.
Mi hanno detto che così doveva essere, che il passaparola l’hanno fatto loro offline per noi e per tutti, e che la mancanza di una politica organizzata ha generato la politica dello stare insieme disinteressatamente.Mi hanno detto che una volta tanto i volantini che sono girati erano solo delle bellissime cartoline positive, prodotte spontaneamente, e non i flyer delle discoteche. Verranno appese sui frigoriferi e sugli armadi degli uffici, per ricordare.
Ora vorrei che tu sapessi che c’erano tutti: sono venuti i nostri colleghi a ricordarci che sono con noi, e chi ha lavorato in ambienti omofobi sa quanto questo sia importante; c’erano le famiglie tradizionali e quelle non riconosciute dallo Stato; c’erano i nostri amici, anche quelli dei socialcosi e dei blog. Ci siamo persi tutti, e poi ritrovati da qualche parte tra uno striscione e l’altro.
Sono venuti anche quelli delle associazioni, senza bandiere. Anche quelli che ci avevano detto di no, che hanno parlato alla stampa sgravandocene il peso.Ho incontrato un signore che mi ha chiesto “ma perché siete riuniti qui?”, e io gli ho spiegato che manifestavamo contro la violenza ai danni della comunità omosessuale; mi ha guardata serissimo per qualche secondo – mi si è gelato il sangue – ma poi ha sorriso e ha detto “che bella cosa che state facendo, è proprio una cosa bella”.
Gatto, non importa se non abbiamo fatto nessun discorso, è andata come è andata e troveremo un modo per ringraziare tutti.
Non importa nemmeno se non c’era la “stampa che conta”. C’era Milano, c’eravamo noi e c’eri tu.Dobbiamo dire a tutti che tutto ciò è possibile. Che basta davvero avere un intento positivo, perché le persone rispondono.
Voglio dirti un’altra cosa che m’è venuta in mentre ieri, mentre andavamo verso San Babila: noi che eravamo lì non siamo uguali, perché “uguale” é il culto del mimetizzarsi e dell’omologazione, della spersonalizzazione che ci diseduca ogni giorno. Io non voglio essere uguale, voglio che tutte le diversità (tutte!) vengano trattate con rispetto, nei pari diritti.
E sai una cosa? Mi è venuta un’idea.
Ma questa, no. Questa te la dico a voce.
E niente, oggi mi sono ritrovato davanti il post di Suzupearl. Volevo ricondividerlo. Con voi.
Topolìn, Topolìn, viva Topolìn
(Gioca anche tu al nuovo gioco di fine anno: trova le analogie fra il design del nuovo Apple Remote e La Qualunque™! Fra le innovative somiglianze finora riportate dai nostri concorrenti: Topolìn Topolìn, Donna con le zinne di fuori e cappella infiammata).
Legge sull’omofobia, “servono sei mesi”: quell’articolo del Corriere che non è ancora online
I grassetti sono miei, i testi sono della signorina Alessandra Arachi. Sì, la produzione è riservata e bla bla bla. Problemi loro.
Mara Carfagna, ministro per le Pari opportunità, ieri è stata chiara: “Ci vorranno almeno sei mesi prima di poter ripresentare un disegno di legge sull’omofobia”. E dall’opposizione si è scatenata una ridda di polemiche. Il ministro ha spiegato che il problema è tecnico: una legge bocciata per motivi costituzionali in uno dei due rami del Parlamento non può essere ripresentata, appunto, prima di sei mesi. Ma dal Pd, e anche dall’Idv, non ci hanno voluto credere.
Non è questione di credere o non credere: è questione di sapere. Siete o non siete politici? Questi meccanismi li dovete conoscere.
Tra le voci più dure quelle della democratica Barbara Pollastrini, ex-ministro delle Pari opportunità: “La scusa dei sei mesi della Carfagna è tutto un bluff: non c’è alcun impedimento alla presentazione di un nuovo testo contro l’omofobia, nei termini da lei annunciati”. Segue a ruota la protesta di Silvana Mura, dell’Idv: “La verità l’ha detta la stessa Carfagna: non ha voluto presentare un ddl in Consiglio dei ministri per non fare una battaglia contro la sua maggioranza che è contraria”.
Il tema bolle, la temperatura non scende. E la maggioranza si spacca. Ieri Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, ha cercato di gettare acqua sul fuoco sostenendo: “Non posso non dare ragione al ministro Carfagna sulla necessità che si apra una riflessione più ampia nel nostro partito sull’omofobia”. Ma dopo il voto di incostituzionalità da parte della maggioranza a Montecitorio, non sembra facile ricomporre il puzzle. E se l’udc Rocco Buttiglione è lapidario: “Non esiste alcun obbligo europeo per questa legge”, la Fondazione Farefuturo (vicina a Gianfranco Fini) non esita ad affondare: “Ormai è l’Italia che si è messa il burqa”.
Un affondo che arriva dopo la bacchettata dell’Onu all’Italia e con un sondaggio commissionato da Sky TG24 che certifica come la maggioranza degli italiani (il 52%) la pensa come l’Onu e critica la bocciatura della legge.
Una bocciatura che ha creato scompiglio anche nel Pd, tutto per via della teodem Paola Binetti, unica nel partito a votare l’incostituzionalità della legge sull’omofobia.
Tutto alle soglie delle primarie. E se l’altro giorno Dario Franceschini ha ventilato l’espulsione della Bindi [sic, NdGN] dal partito, ieri ci ha pensato Piero Fassino (sostenitore della mozione Franceschini) a cercare di stemperare le polemiche: “Non c’è nessun caso Binetti”.
Nel frattempo si segnalano altri due brutti episodi di cronaca: il primo a Roma, denunciato dall’Arcigay, di aggressione a un trans. Il secondo a Napoli, un’autodenuncia di un insegnante omosessuale: con una mail sostiene di essere stato aggredito nel pomeriggio tardi da tre ragazzi vicino alla stazione della Metropolitana.
Per questo il mondo omosessuale affila le armi e si appresta a protestare. La prima manifestazione già domenica prossima a Roma in tre diverse piazze.
E, come direbbe Forrest Gump, non ho altro da dire su questo argomento.
Di quando vuoi parare il culo, e invece devi pararti il culo
Un post lucidissimo, Suzupearl. E ti dirò: è successa la stessa cosa anche a me, quel martedì sera. Dopo averti visto salire sull’autobus, mentre percorrevo le strade semivuote del centro di Milano, avevo paura. Ed ero nel centro di Milano, capisci? Non nella periferia di Beirut.
Prima un gruppetto di tre uomini, proprio vicini alla fermata dell’autobus. Li ho superati, e mi sentivo seguito. E allora ho affrettato il passo. Perché avevo paura. Poi altri due uomini, all’incrocio fra Piazza San Babila e Corso Venezia. Gente normalissima, capisci? Gente che in condizioni normali non ti avrebbe fatto cambiare marciapiede, quella sera mi hanno spinto a cambiare la strada.
E anche a Porta Venezia, sì proprio in quel quartiere così avanzato che dicono diventerà la nuova Mecca milanese dei gay, mentre andavo a comprare un kebab per riempirmi lo stomaco dopo una serata intera a non mangiar nulla, anche a Porta Venezia ho scoperto un gruppo ricorrente di ragazzotti dalla testa rasata. A Porta Venezia, a Milano. Non nei Quartieri Spagnoli di Napoli. E ho pensato: “Porca vacca: froci, immigrati e fasci, tutti in un quadrilatero di case. Qui fra poco scoppia un bel casino”.
È questo il livello di arretratezza in cui ci hanno fatti piombare. Politici, cittadini e consesso “civile”: uno stato di paura e preoccupazione, continuo.
Perché sì, una donna corre davvero più pericoli. Ma anche un piccolo e basso uomo del Sud può davvero poco contro un gruppetto organizzato di persone che ti prendono a calci e pugni.

