Sabato pomeriggio sono stato alla manifestazione antirazzista di Milano, in ricordo di Abba Guiebre a poco più di un anno dalla sua morte. L’ho fatto perché credo nell’importanza dell’espressione in piazza del sentimento popolare e perché, soprattutto, sono contro il razzismo.
L’ho fatto, anche, perché la recente esperienza della Fiaccolata LGBT di Milano mi ha in parte riconciliato con il senso civico degli italiani. Senso civico che nell’anno passato mi aveva deluso, sopraffatto com’era dalla superficialità e dal consumismo usato come palliativo emozionale. Mi sembrava che finalmente qualcosa si fosse svegliato, nello stomaco della gente. Che avesse iniziato a muoversi, a contorcersi.
Ed è vero, credo. La gente è arrabbiata, indignata, preoccupata per se stessa e per chi gli sta vicino. Un sentimento utile, civico. Appunto.
Peccato che a tutto questo corrisponda un totale immobilismo da parte delle associazioni. L’incapacità di mettersi in gioco e incanalare questa rabbia, dandole voce, trovando modi e sistemi nuovi per riavvicinare i cittadini allontanati nel corso degli anni per colpa di scelte inefficaci e deleterie. È successo con la fiaccolata, è successo anche con la manifestazione antirazzista.
Appena arrivato alla manifestazione, vengo accolto dai consueti distributori de “Il programma comunista”, triste testo stampato su foglio A4. Stavolta anziché rifiutarlo l’ho preso. E l’ho letto. Sarebbe stato meglio di no:
Il razzismo è frutto del capitalismo, è un’arma apertamente antiproletaria. Esso non ha e non ha mai avuto nulla a che vedere con il colore della pelle o con altre caratteristiche cosiddette etniche o nazionali. [...] Il razzismo nasce dalle contraddizioni di classe, dalle differenze di classe: nel suo mirino, ci sono i proletari migranti di tutte le nazionalità, che affollano ormai tutti gli slums, le banlieues e i Bronx del mondo.
Essì: i proletari immigrati. Se invece sei negro e ricco, cazzi tuoi se vieni insultato o maltrattato: il problema è la tua ricchezza, non il colore della pelle. Quel “proletari” in corsivo non l’ho aggiunto io, era già così nel testo: vi racconta esattamente qual è l’unico interesse di questi personaggi accorsi con bandiere e volantini.
Vi risparmierei il resto del testo, ma quest’altro stralcio è ancora più repellente:
L’antirazzismo è la trappola entro cui si vuole cacciare il proletariato immigrato perché non costuisca un fronte comune con il proletariato nazionale: vorrebbe che esso sfilasse con le sue bandiere nazionali con le sue bandiere nazionali, che coltivasse i suoi costumi, che vendesse la sua diversità sul mercato del multiculturalismo.
Siamo al parossismo. Non è il razzismo la trappola, no: è l’antirazzismo. La difesa della cultura locale e la spinta per il culturalismo è un male da estirpare, perché impedisce la lotta del proletariato. Si arriva al paradosso: gente che è contraria all’antirazzismo, pronta a sfilare e manifestare in un corteo antirazzista.
Non erano gli unici. C’era una donna, anche lei volantinante, che si infervorava con i partecipanti alla manifestazione chiedendo “Ma tu lo sai che finanzi l’inceneritore?”. Incazzatissima. E più lei si scagliava contro i manifestanti con il suo problematico inceneritore, più a me veniva voglia di chiederle “Mi scusi, ma lei sa che manifestazione è questa?”. E poi c’erano i precari delle scuole che con meno faccia tosta lamentavano il problema della scuola razzista, quelli di Sinistra Critica che volevano le dimissioni di Berlusconi (e chi non le vuole? Ma che c’entra, però, col razzismo?), quelli del Partito Marxista-Leninista che sventolava i suoi stendardi…
E l’antirazzismo? Dov’era?
La voglia era quella di andar via. In fretta. Il fatto è che le associazioni sono rimaste vittime di loro stesse. Intrappolate dai propri simboli, dai personaggi che hanno deciso di costruirsi attorno per rendersi riconoscibili e attraenti, hanno finito per diventare la propria caricatura. Perdendo credibilità. E anziché fermarsi a riflettere, a chiedersi come mai la gente abbia smesso di prestargli attenzione e perché il loro pubblico sia al contrario diventato via via sempre più rarefatto, si sono incancreniti in una politica comunicativa ripetitiva e aggressiva. Oltre che stupidamente autoreferenziale.
Era triste vedere gli stessi duri e puri della sinistra e delle manifestazioni essere i primi a non crederci più, ridacchiare e lamentarsi di questo comportamento. Il mio augurio è che le associazioni capiscano questo errore il prima possibile. Perché lo capiranno, per forza di cose. Sperando che non sia troppo tardi per loro.
(vedi che se non parlo di cazzo non mi cagano? Poi dicono che son monotematico
)
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impegnati di più
(a parlare solo di cazzo la gente si rompe le palle e poi ti blocca…)
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non è vero gatto, chi ti laica ti ha letto prima no?
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Se vuoi commento che non sono pienamente d’accordo. Sicuramente il linguaggio del volantino è arcaico e non corretto ma la dimensione di classe e l’esclusione di alcune classi trascende la questione razzista omofobica. La questione culturale con cui si gioca l’antirazzismo nasconde quella economica e di negazione (necessaria se il nostro paese non vuole riformare il proprio welfare) ai servizi sociale e ai soldini della pensione. La famiglia è un produttore di welfare necessario in Italia visto che lo stato e il mercato del lavoro poco e sempre meno hanno da offrire. Accettare "altre" famiglie significa ampliare la base dei bisogni e dei diritti che macro-economicamente non sono sostenibili se non cambiando il modello di welfare verso uno più inclusivo e basato sulla persona non sulla famiglia.
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Se vuoi commento che non sono pienamente d’accordo. Sicuramente il linguaggio del volantino è arcaico e non corretto ma la dimensione di classe e i l’esclusione di alcune classi trascende la questione razzista omofobica. La questione culturale con cui si gioca l’antirazzismo nasconde quella economica e di negazione (necessaria se il nostro paese non vuole riformare il proprio welfare) ai servizi sociale e ai soldini della pensione. La famiglia è un produttore di welfare necessario in Italia visto che lo stato e il mercato del lavoro poco e sempre meno hanno da offrire. Accettare "altre" famiglie significa ampliare la base dei bisogni e dei diritti che macro-economicamente non sono sostenibili se non cambiando il modello di welfare verso uno più inclusivo e basato sulla persona non sulla famiglia.
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visto che anche io non parlo solo di cazzo? ^_^
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