Di semafori e bici che corrono

Quando l’attraversi di notte, Milano è quasi bella.

Cammini per le strade vuote e ti vedi schizzare di fianco la vita: coppiette di ritorno da appuntamenti galanti, gruppi di amici di ritorno da una serata insieme, macchine che sfrecciano per le strade per andare chissà dove, gente in bici che corre dalla persona che ama.

E tu vai avanti, attraversi incroci, ti fermi a semafori rossi e aspetti quelli verdi; ogni tanto te ne freghi, e rischi volando di corsa dall’altra parte, con l’aria fredda che ti brucia i polmoni. Vai dritto oppure devii, in base alle necessità. È un po’ come la Vita.

Poi arrivi a casa, guardi l’ora, infili la chiave nella toppa e rientri nel tuo appartamento vuoto. Non fa così freddo, ma un brivido ti sale lo stesso.

Buonanotte.

Mi cancello o non mi cancello da Instagram?

New Instagram Terms of ServiceSono abbastanza sicuro che ve lo steste chiedendo: ora che i nuovi termini di servizi di Instagram sono stati ufficialmente rivelati – con tutte le promesse migliorie apportate dal team dopo la sommossa popolare degli scorsi giorni – è il caso di mantenere oppure cancellare il proprio account Instagram?

Bene, non so cosa deciderete voi – io qualche idea me la sono fatta, ve le spiego a fine post – ma quanto meno cercate di fare una scelta informata.

Le nuove condizioni di servizio possono essere particolarmente noiose da leggere, ma vi consiglio di dargli un’occhiata. Se proprio vi scoccia, vi riporto due passaggi che mi sembrano fondamentali per capire come comportarsi.

Si trovano entrambi nella sezione “Right” (“Diritti”) del documento. Il primo riguarda il già criticato sistema di advertising, punto su cui sono ruotate le maggiori critiche:

Some of the Service is supported by advertising revenue and may display advertisements and promotions, and you hereby agree that Instagram may place such advertising and promotions on the Service or on, about, or in conjunction with your Content. The manner, mode and extent of such advertising and promotions are subject to change without specific notice to you.

Il paragrafo sottolinea come – già lo sapevamo – Instagram abbia intenzione di inserire delle pubblicità all’interno del servizio. E fin qui nulla di male: nessuno dà niente per niente, a questo mondo.

Il problema nasce – dal mio punto di vista – con la frase che trovate sottolineata, attraverso la quale  sostanzialmente autorizzate Instagram a piazzare queste fantomatiche pubblicità anche SOPRA o IN UNIONE CON le vostre foto.

Giusto per capirci meglio, ho preparato una immagine esplicativa dei vari posizionamenti:

instagram-ad-positioning

L’immagine è abbastanza chiara (il mio simpatico faccio è il Contenuto, la pubblicità è “AD”), ma nel caso non si fosse capito:

  • “On” (“Sopra”, con un contatto diretto): è la famosa “sovraimpressione”; potrebbe capitarvi di trovarvi il logo di una bibita sulla fronte, insomma. Più realmente, potreste ritrovare un banner o una pubblicità che copre parte della vostra foto;
  • “In conjuction” (“In unione con”, quindi attorno/accostata alla vostra foto, anche stavolta con un contatto diretto): il vostro contenuto potrebbe diventare parte integrante di una pubblicità che sarebbe tutta intorno a voi;
  • “About” (“Vicino”, senza un contatto diretto): vi potreste trovare con della pubblicità fra le vostre foto.

Se con l’ultimo caso, personalmente, non ho alcun problema, storco il naso con i primi due. E non tanto per il potenziale uso del mio bel faccino, ma per quello delle altre persone che ho fotografato nella mia vita. Già di per sé la pubblicazione delle immagini di terzi senza liberatoria scritta è illegale, pensate a immagini di terzi usate in unione a marchi potenzialmente non graditi. Ecco.

Al riguardo date ora un’occhiata a quest’altro punto:

You represent and warrant that: (i) you own the Content posted by you on or through the Service or otherwise have the right to grant the rights and licenses set forth in these Terms of Use; (ii) the posting and use of your Content on or through the Service does not violate, misappropriate or infringe on the rights of any third party, including, without limitation, privacy rights, publicity rights, copyrights, trademark and/or other intellectual property rights; (iii) you agree to pay for all royalties, fees, and any other monies owed by reason of Content you post on or through the Service; and (iv) you have the legal right and capacity to enter into these Terms of Use in your jurisdiction.

Ecco qui l’altro punto: accettando i termini di servizio dichiaro di non ledere nessun diritto di terze persone, e nel caso una terza persona dovesse ritenersi lesa e – putacaso – fare causa, dichiaro di pagare tutti i soldi dovuti per lo sfruttamento delle immagini pubblicate attraverso il servizio.

Un rischio che si deve mettere in conto già a monte nel pubblicare immagini di terzi sul Web, ma che viene aggravato dall’utilizzo commerciale delle immagini stesse (avete mai sentito parlare di diritto di sfruttamento dell’immagine di una persona?).

Insomma: la terza persona ha buone ragioni per far causa se finisce per fare a sua insaputa pubblicità a un fast-food, Instagram/Facebook ci guadagna con la vendita pubblicitaria, e l’unico che ci rimette è chi posta la foto.

Ognuno, a questo punto, faccia le proprie valutazioni e decida cosa fare: fate solo foto di cibi cucinati da voi? Nessun problema. Fate foto dei vostri amici, dei vostri cuginetti o dei vostri figli o nipoti? Ponetevi qualche domanda.

Io, personalmente, alla domanda “Mi cancello o non mi cancello da Instagram?” rispondo “La prima opzione”. Voi avete tempo fino al 19 gennaio, sappiatelo.

Morto un frocio se ne fa un altro

Non mi sconvolge: passato il clamore mediatico e il calore mediatico – ovvero la fregola di partecipare e protestare -, il caso del quindicenne suicida a Roma per persecuzioni legate ad argomenti “omofobici” sta scemando.

[Uso il corsivo su "persecuzioni" e le virgolette su "omofobici", perché sono parole che fanno paura e sembrano troppo forti; eppure, non sono lontane dalla realtà (ne riparleremo poi)]

Pian piano scompaiono le foto profilo rosa dai vari account di Facebook, soppiantati dalle nuove mode di protesta sociale e civile (ultima ma non ultima: i cani morti in Sicilia davanti all’IKEA); e scompaiono pure gli endorsement tout-court, soppiantati – anche loro – dai classici “ma forse” e “semmai piuttosto” che ruotano attorno a ogni vicenda che riguardi la comunità omosessuale.

[Paola Concia è gentilmente accorsa al romanissimo Liceo Cavour per sincerarsi che no, non c'era omofobia nelle intenzioni dei suoi compagni di scuola e dei suoi insegnanti. Per fortuna! Pensate se la vicenda fosse montata, facendo rientrare di prepotenza la questione dei diritti LGBT ai primi posti dell'agenda politica di sinistra, e i candidati alle primarie del PD avessero dovuto prendere una posizione al riguardo. Come ne sarebbe uscito il Renzi dalla Concia appoggiato?]

Non mi sconvolge, dicevo, perché la terza regola della dinamica dovrebbe essere nota a tutti (quanto meno, a me lo è): “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria“. A tanto calore e nervosismo improvviso, insomma, non poteva che corrispondere un improvviso dimenticatoio.

Perché il problema, ragazzi, è che quelle reazioni non erano organiche, in linea con quelle della comunità omosessuale e LGBT-friendly. Alla quale, in condizioni normali, del problema del bullismo omofobico frega poco o nulla. E anzi, quando accadono fatti del genere si infastidisce e li minimizza, perché dovrebbe ammettere che – alla fine della fiera – abbiamo tutti finito per far buon viso a cattivo gioco, e per dare in questo modo un alibi ai nostri aguzzini.

Eccola, un’altra parola in corsivo che però in corsivo non dovrebbe essere. Tutti i termini ci sembrano troppo forti, esagerati, sbagliati. Ci viene da parlarne piano, senza far rumore, per non disturbare. Come ospiti in casa altrui.

Però, come dicevo nella prima parentesi quadra, questi termini non sono poi così lontani dalla realtà.

Possiamo dirlo, senza vergogna di essere smentiti, che una presa in giro reiterata e continuativa è una persecuzione, e lo è anche se abbozziamo, se facciamo spallucce, se siamo noi i primi a riderne e addirittura se ci spingiamo a contrattaccare. È una persecuzione perché a NESSUNO piace non essere apprezzati o capiti, a NESSUNO piace essere derisi, e se questa derisione si prolunga nel tempo allora sì, è una persecuzione, a prescindere dal che la si definisca omofobica o meno.

Ma è anche omofobica – o se preferite diversofobica: ci piace dare nomi diversi a concetti che la gente non vuole accettare, per indorare la pillola (il “buonismo”, ad esempio) -, e questa omofobia esiste a monte, non importa che A. fosse gay o meno.

[Potremmo scriverci un trattato sulle parole usate da parenti, amici e professori per dire che no, A. non era omosessuale: evitiamo.]

È omofobica perché è una “persecuzione” che ruota tutta attorno alla derisione della diversità, della non appartenenza al canone maschile tradizionale, della sessualizzazione volgare di ciò che era l’eccentricità di “A.“. È proprio questa l’omofobia italiana, ragazzi: non fermatevi all’aspetto letterale della parola, o al significato più estremo del termine; non esistono solo le spranghe.

Ma è questo che la comunità omosessuale italiana non riesce a fare: comprendere i meccanismi sociali della discriminazione. E non comprendendoli, si divide. E non comprendendoli e dividendosi apertamente, non riesce a spiegare alla società e allo Stato quali comportamenti DEVONO essere cambiati per far sì che casi di questo genere non accadano più.

Se ne rende conto solo nell’attimo, breve, che segue immediatamente gli atti violenti che colpiscono la comunità LGBT. Poi riabbassa la testa, in attesa della prossima morte. La prossima morte frocia.

-

Una postilla: della necessità di non trasformare i persecutori in corsivo in ASSASSINI IN MAIUSCOLO ne ho già parlato sul mio account Facebook, e non ha senso ripeterlo. Se volete, lo status lo trovate qui: è pubblico.

Il Partito Democratico, la Carta d’Intenti e il punto sulla questione LGBT. Senza punto finale.

Leggetela, la Carta d’Intenti del Partito Democratico. La parte relativa ai “diritti”, però, ché in quella riguardante l’”uguaglianza” non se ne fa accenno, all’omosessualità.

Non è una lotta di uguaglianza quella che il PD si ripromette di fare per i tanti gay, lesbiche, trans, bisex italiani. Sono solo i “diritti individuali” - ma non di coppia, di relazione, perché un omosessuale è tale in quanto singolo e non anche perché ama un’altra persona del suo stesso esempio - che possiamo aspettarci.

Leggetelo, il documento. E cercate la frase relativa al riconoscimento delle unioni omosessuali. Vi sembrerà una di quelle aggiunte fatte all’ultimo minuto, come quando al tema di maturità vi siete scordati di citare le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, e le infilate un po’ dove capita, in breve, perché non avete tempo ma almeno una riga la dovete scrivere.

Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione
ottenendone il riconoscimento giuridico

Pure il punto finale, si sono scordati, tanta era la fretta, la poca cura.

Scorporare la questione dell’uguaglianza degli omosessuali nei semplici diritti – due diritti, per altro: la legge contro l’omofobia inserita nel più ampio progetto di “legge contro la violenza sulle donne”, e il riconoscimento delle unioni come aggiunta al tema di maturità – racconta un po’ quello che interessa al PD, i principi che lo guidano.

La questione omosessuale in quanto tale, al Partito Democratico, non interessa.

The Perks of Being a Wallflower

Libri che ho cominciato a leggere annuendo #1

Dear friend,

I am writing to you because she said you listen and understand and didn’t try to sleep with that person at that party even though you could have. Please don’t try to figure out who she is because then you might figure out who I am, and I really don’t want you to do that. I will call people by different names or generic names because I don’t want you to find me. I didn’t enclose a return address for the same reason. I mean nothing bad by this. Honest.

I just need to know that someone out there listens and understands and doesn’t try to sleep with people even if they could have. I need to know that these people exist.

I-soliti-idioti

Sanremo 2012, i Soliti Idioti e gli omosessuali: perché il loro sketch non faceva (e non deve fare) ridere nessuno

I fatti

Fatto 1: mercoledì sera, ospiti “comici” della seconda puntata di Sanremo 2012, Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio hanno presentato una serie di sketch il cui ultimo – se si esclude una dimenticabile esibizione musicale pre-dichiarazioni eliminatorie – era dedicato alla coppia omosessuale flamboyant già presentata nelle varie stagioni precedenti de “I soliti idioti”.

Fatto 2: giovedì sera, Gianni Morandi ha ribadito il suo nuovo mantra “Io amo i gay”, già ribadito subito l’esibizione dei Soliti Idioti, convinto che bastasse a ovviare all’ovvio problema causato da quello sketch.

Fatto 3: venerdì sera, Gianni Morandi ha presentato – e ripresentato, e ripresentato ancora – Mauro Coruzzi come “Platinette”, facendosi sfuggire un piccolo dettaglio: senza trucco, senza parrucca, senza vestiti sgargianti, di Platinette non c’era nemmeno l’ombra. E di fronte alla lezione di stile di Coruzzi – che dal palco dell’Ariston ha esclamato un “Io amo gli etero” a dimostrazione del vuoto di senso della scusa morandiana – Gianni ha reiterato il suo “Io amo i gay”, evidentemente convinto di poterlo trasformare in tormentone considerato il fallimento del suo “Stiamo tecnici”.

Fatto 4: da mercoledì sera in poi, in molti si sono spesi nella difesa di Mandelli e Bigio. Che, in fondo, avrebbero “fatto ridere”. Fra questi, anche molti omosessuali.

Perché lo sketch dei Soliti Idioti non fa ridere, perché lo sketch dei Soliti Idioti è offensivo

Se contro Morandi – e Papaleo, sì – puntare il dito è veramente facile (Morandi è in evidente difficoltà con l’argomento, non si possono inanellare così tante gaffe ripetute), in molti hanno fatto l’errore di considerare accettabile l’intervento comico dei due ex-veejay. Accettabile, e non offensivo. Grosso errore. Ecco perché.

1. Lo sketch era offensivo nel contesto: Esulando dalle finte giustificazioni di Morandi post-sketch, non si può dimenticare che la Rai è arrivata tranquillamente a censurare – ops, non mandare in onda “per motivi tecnici” – una puntata della serie tedesca “Un ciclone in convento” perché veniva rappresentato un matrimonio gay. Per chi non lo conoscesse, “Un ciclone in convento” è una sorta di crime alla tedesca con protagonista una suora. Ma sotto la censura “per motivi tecnici” è finito anche un film premio Oscar come “Brokeback Mountain”, in cui i “motivi tecnici” hanno – guarda un po’ il caso – avuto conseguenze solo sul bacio appassionato fra i due protagonisti, mai andato in onda. Se quindi su MTV lo sketch poteva essere digeribile (diciamo), sulla RAI il presunto spirito di denuncia sociale è scomparso, lasciando il posto a un effetto-rinforzo sull’omofobia del servizio pubblico.

2. Lo sketch era offensivo nelle intenzioni: Questo aspetto è strettamente legato al punto 1. Artisti che vanno sul Palco di Sanremo hanno una grossa responsabilità: parlano alla gente. A tanta gente. Compresa molta gente che non ha una cultura tale da poter filtrare il contenuto dello sketch: nonne, mamme, uomini di una certa età, ragazzini. Ignorarlo è da Idioti, appunto. La scelta di portare sul palco quello sketch, con quei contenuti (vedi il punto 3) rivela un grosso problema di fondo con Biggio e Mandelli: non gliene fregava nulla che lo sketch portasse avanti un messaggio omofobo. Questo non vuol dire che non si possa prendere in giro gli omosessuali, o che a farlo debbano essere solo gli omosessuali stessi: est modus in rebus, dicevano i latini. Non avevano torto.

3. Lo sketch era offensivo in sé: A quanto detto finora, però, in molti rispondono con un “Non è colpa di Biggio e Mandelli” (affermazione per altro questionabile, vedi punto 2), perché “in realtà lo sketch vuole essere <segue spiegazione metafisica della volontà sociale dei due comici>”. In realtà no: lo sketch è offensivo anche preso fuori dal contesto sanremiano (o Rai in generale). Basta confrontarlo con le altre produzioni dei due Soliti Iditioti.
Esaminando anche solo quanto fatto a Sanremo, possiamo notare come lo schema generale della comicità Idiota si fonda su due personaggi: uno sgradevole e irritante, che rappresenta il malcostume italiano (la impiegata lassista, il ricco “illegale”, la ricca “tennista” razzista) e un secondo personaggio che fa da contraltare (il pony express, il figlio, il fidanzato). Questo secondo personaggio, pur rivelando una debolezza che li porta ad essere sopraffatti dal personaggio sgradevole rivelano una sostanziale condanna all’atteggiamento dello stesso (aspetto più facilmente riscontrabile nello sketch del “Daicazzo”, con padre e figlio).
Nel caso dello sketch sulla coppia omosessuale, questo controcanto è assente: il Personaggio Contraltare è infatti un omosessuale altrettanto sgradevole, disinteressato, vanesio, che anziché focalizzare l’attenzione sui difetti dello Sgradevole, sembra aggiungerne altri nel mucchio.
E il Personaggio Sgradevole in sé, per altro, che messaggio vuole trasmettere? Chi difende I Soliti Idioti tende a caricare questo sketch di un valore di critica contro l’omofobia, ma a me pare che il centro focale dello sketch stia nella reazione del Personaggio Sgradevole ai problemi che gli si presentano, risolti al grido di “Hai qualche problema con gli omosessuali?” ( = “Agli omosessuali non si può mai dir nulla, che usano l’omofobia come scusa contro ogni critica”). E se vogliamo considerare accettabile questo, beh, parliamone.

La cultura nuova delle bici di Milano

Prima ne ho visto una, venirmi incontro su Corso Buenos Aires, con una coppia di ragazzi. Lui alla guida, lei seduta dietro, abbracciata. Me li sono immaginati parlare piano.

Poi, ancora, sempre su Corso Buenos Aires – ma una mezz’ora dopo – ne ho visto un paio: ancora una coppia di ragazzi su una, e un ragazzo sull’altra. Sorridevano.

Questa sera, mentre la voglia di gelato mi portava per le strade di Porta Venezia, Milano mi ha fatto un regalo inaspettato. Una presenza che avevo già cominciato a notare nei giorni scorsi, ma che ora è diventata ricorrente, quasi naturale.

Le biciclette.

E quando con il mio gelato in mano, sbocconcellato in questa strana serata tranquillamente primaverile, me ne sono trovato ancora e ancora davanti, ho cominciato a sentirmi bene.

Un altro gruppo di ragazzi che pedalavano in fretta ridendo. Due coppie su quattro bici – amici? fidanzati? – che si salutavano e chiacchieravano nell’angolo di una strada. Una ragazza seduta sulla canna della bicicletta guidata da lui, che lo guardava pedalare.

Voi pensatela come cazzo vi pare. Io ero parecchio felice.