Mi piace lavorare, con Nicoletta Braschi

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È di nuovo quel periodo dell’anno.

Stavolta è toccato a Primo di Nicola [“Giornalista per caso. … Il resto è su Google.”], che ha pubblicato sul suo blog de L’Espresso il consueto post in cui si scopre che i giovani giornalisti fanno una vita d’accattoni. Quando gli va bene.

Ieri parlavo di un argomento simile con un giornalista di lungo corso, e di lunga esperienza. Di quelle chiacchiere casuali, che si fanno agli eventi. Anche lì un confronto di storie e situazioni, di “voi” e “noi”, ma anche di “loro”.

E arrivato a casa, mi sono messo a pensare.

Così uguali, così diversi: giornalisti o fenomeni da baraccone?

Io lavoro sul web – lavoro: vengo pagato – da quasi 8 anni, da quando prendevo due lire per scrivere su Blogo, ma almeno qualcosa prendevo.

E non è che prima non facessi nulla, o che non mi sia caricato sulle spalle la mia dose di stage dove lavoravo come e quanto un giornalista di esperienza (vedi: 6 mesi in ANSA, “bravissimo, già dai primi giorni lavori come noi, però non ti possiamo assumere, lui invece è figlio di un giornalista ANSA, sai come vanno queste cose, no? però restiamo in contatto”).

Ecco, passati quasi dieci anni di esperienza io faccio ancora fatica a rispondere al “Cosa fai nella vita? Il giornalista?”. Perché tecnicamente non faccio il giornalista. Perché i giornalisti non mi fanno sentire un giornalista.

Anzi. I giornalisti ti trattano sempre come personaggio da circo. Negli anni ci siamo evoluti, noi “lavoratori sul web”: siamo passati da inesistenti a personaggi da deridere e minimizzare, per entrare ora nell’era della curiosità di fronte all’oggetto sconosciuto, da bambino cresciuto nei lupi, “ma come funziona?”.

Il punto è che noi continuiamo a lavorare, e a lavorare bene, ma nessuno riconosce la nostra professionalità. Non lo fa la gente comune, non lo fanno le aziende, non lo fanno i colleghi. Che ci farebbero volentieri le scarpe, in barba alla solidarietà umana e professionale, se non fossero sempre in così palese difficoltà ogni volta che si devono approcciare al mezzo Internet. E non lo facciamo noi. Perché ci hanno abituato così.

L’imbarazzo di un lavoro (quasi) senza nome

Io, io per primo non so cosa rispondere di fronte a domande sulla mia professione. L’ho già detto qui sopra, lo ribadisco.

Non so cosa rispondere perché tecnicamente non c’è una risposta. Non c’è una risposta logica.

Io coordino la realizzazione di contenuti audio, video e testuali di un prodotto editoriale. Stabilisco linee guida, controllo la qualità dei contenuti realizzati, partecipo all’ideazione e allo sviluppo di nuove direzioni editoriali.

Come lo chiamate voi questo ruolo? Direttore editoriale? Vicedirettore? Caporedattore? Io lo chiamo “content manager”. E poi devo rispiegare quanto sopra.

Perché non posso dire di essere un direttore editoriale, o un vicedirettore, o un caporedattore? Perché non ho il tesserino dell’Ordine dei Giornalisti. E perché non ho il tesserino dell’Ordine dei Giornalisti? Perché le aziende non lo vogliono. E perché le aziende non lo vogliono? Per colpa dei giornalisti stessi.

[È un segreto di Pulcinella: la classe professionale dei giornalisti, quella che hanno fatto la storia del mestiere in Italia negli ultimi trent’anni, è terrificante. Pagata esageratamente, spesso lassista, non elastica, non aggiornata e senza la volontà di aggiornarsi a nuovi tempi, linguaggi e strumenti. Ci sono le eccezioni, eh! Grazie a Dio ci sono fior fiore di professionisti. Ma sono eccezioni, appunto. E questo le aziende lo hanno capito tardi, ma grazie al tesserino sono impossibilitate a eliminare le mele marce. Una volta giornalisti assunti, lo si è per sempre. Anche se non si ha voglia di lavorare. E quindi le aziende si stanno vendicando. Sui più giovani.]

Come al solito, come in tanti altri settori, sono i giovani a pagare le colpe dei padri.

Sta di fatto che il web è pieno, pieno di ragazzi e ragazze, uomini e donne di tutte le età e di provata professionalità che sono costretti a definirsi editor, web editor, content editor, content manager, content producer, web expert. Qualunque cosa, purché non si usi la parola “giornalista”, perché non ne abbiamo il diritto.

Le guerre fra poveri lasciamole agli altri

Giornalista, content editor, vattelapesca: a me del titolo importa veramente poco.

Io voglio solo lavorare. Mi interessa solo fare il mio lavoro, ed essere messo nelle condizioni di farlo bene.

A me piacerebbe solo non dover lottare ogni giorno contro una società che non riconosce la mia professione. Uffici stampa che richiedono “il numero del tesserino” per essere accreditati a conferenze o press-site. Colleghi giornalisti che sgranano gli occhi quando ti vedono a eventi “press only”, giornalisti-non-colleghi che gli occhi invece li roteano quando sentono “lavoro sul web”, come se stessimo rubando il posto a chi il lavoro lo sa fare davvero, perché noi no.

Quindi, caro di Nicola, io ti ringrazio per l’interessamento. Davvero. Ma forse dovreste prima pensare a cosa potete fare voi che nei gruppi editoriali ci siete e ci siete stati. Forse dovreste prima cominciare ad abbassare i vostri stipendi pantagruelici. A rinunciare a corsi di aggiornamento all’estero pagati dalla vostra azienda in cui imparate a fare il sushi. A smetterla di mettere i bastoni fra le ruote ai vostri colleghi web, più giovani o meno, con richieste e puntualizzazioni che sembrano più dispetti di un bambino che non posizioni razionali. A cominciare a rispettare la professionalità di chi su Internet ci lavora e ha delle determinate competenze che voi ancora non avete o non avete voluto acquisire.

Forse dovreste prima partire da questo. Forse, eh.

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La famiglia Nokia XL

See what I did here? Con il titolo di questo post, intendo. Il punto è stavolta proviamo a parlare di un argomento complicato, e ci sarà parecchio da dire. Sempre che ve ne freghi qualcosa.

Non so se ve ne siete accorti, o a dirla tutta se la cosa – come già detto – vi interessi, ma Nokia è stata LA protagonista del Mobile World Congress (MWC) di questo 2014.

Se siete appassionati come me di qualunque cosa sia tecnologia probabilmente sapete già cos’è il MWC, in caso contrario: avete presente il cellulare che si collega a Internet e su cui avete installato Grindr che tenete in mano in questo momento? Ecco, lo hanno presentato lì, al Mobile World Congress di Barcellona. Il MWC è un po’ la Milano Fashion Week dei cellulari, e come direbbe Miranda Priestly lo smartphone che tenete in mano è tipo la squallida camicetta a fantasia floreale che avete comprato da H&M un anno dopo le sfilate convinti di essere trendy.

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Comunque, dicevamo: Nokia è stata la protagonista del Mobile World Congress 2014. E sapete con cosa? Con tre cellulari che costano sostanzialmente meno di 100 euro. Perché?

Perché Nokia ha avverato i sogni bagnati di decine di migliaia di nerd brufolosi in tutto il mondo, presentando una scarna famiglia di cellulari basata su Android.

BOOM! Read more »

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Ellen Page ha fatto coming out. Ma non è l’unica.

In questi ultimi mesi, la frequenza dei coming out di personaggi famosi – attori, cantanti, sportivi – è diventata tale da quasi annacquarne il valore. Finalmente.

Guardavo il video del coming out pubblico della Page e mi sono trovato a pensare “WOW, quando POCO sono emozionato da questo coming out? Ma perché?”, visto che di solito ho i lacrimoni a ogni ricorrenza.

E tutto sommato, invece, sono contento. Contento per loro, per gli americani.

Perché vuol dire che, negli Stati Uniti, essere gay o non esserlo non farà più differenza. [Sì, la farà sempre in parte. Ma ci siamo capiti.]

È come con quelle navicelle spaziali, che devono raggiungere la “escape velocity” per liberarsi della gravità terrestre e andare via, nello spazio. Quel momento magico in cui la forza centrifuga e la forza di gravità si equivalgono, e tutte le direzioni sono possibili.

Gli americani stanno accelerando I motori della loro navicella diventano sempre più potenti, coming out dopo coming out. Piccolo o grande che sia. E presto potranno andare oltre, lasciarsi tutto alle spalle.

Noi italiani, invece, restiamo qui, a terra. Le persone che hanno fatto un coming-out pubblico le contiamo sulle dita di una mano. Abbiamo ancora tanto peso addosso, e il cielo sembra sempre lontanissimo.

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Credits: Grazia.it / Pietro D'Aprano

Credits: Grazia.it / Pietro D’Aprano

C’è qualcosa di irritante nella protervia/coraggio con cui Donatella Versace ha interpretato la sua sfilata alla Milano Fashion Week maschile come un messaggio di uguaglianza nei confronti delle persone omosessuali. E “contro l’omofobia”, come hanno sottolineato quasi tutti i quotidiani italiani (cfr. Ansa, Repubblica, addirittura il Giornale)

Ed è difficile parlarne, perché su questi temi si cammina sui gusci d’uova: si rischia di dire tutto e il contrario di tutto in poche frase, di venire male interpretati, o di saltare lo squalo e trasformare una opinione condivisibile in un rant violento. Uno ci prova a parlarne, e incrocia sempre le dita sperando vada tutto ok.

Grazie, ma era il minimo

Innanzitutto, a farmi storcere in naso è la scelta del messaggio in sé.

Sottolineiamolo: grazie Donatella. Perché, da un certo punto di vista, contro l’omofobia vale tutto e più se ne parla più si sensibilizza (anche se servono fatti concreti, leggi, per quanto pSiko non possa essere d’accordo).

Ma diciamo anche che era il minimo. Donatella deve rendere grazie all’intero concetto di omosessualità per la sua ricchezza. A partire dai clienti del suo marchio, alto e basso spendenti, passando a chi lavora attualmente nella sua azienda, andando su su fino allo stesso fratello Gianni, che ora tutti sembrano aver dimenticato ma senza il quale niente di tutto questo sarebbe qui. Sto rottinculo.

Il naso mi si storce perché, da brava cerchiobottista svaporata, la Versace dà un colpo al cerchio e uno alla botte: cita l’omofobia e il femminicidio, poi ci infila dentro Papa Francesco seguendo il copione classico di chi si impegna per i temi dell’uguaglianza deve sempre sottolineare la sua vicinanza all’ala cattolica e ai buoni valori cristiani.

Donatè, stai facendo sfilare i tuoi modelli in mutande con dei chaps di pelle: non ce n’è bisogno.

Insomma, mi pare un’iniziativa un po’ piaciona, e poco sentita. Ma forse è un pregiudizio mio. Dopotutto, la ricchezza altrui ci rende diffidenti.

Vecchia mutanda, larga un po’ di gamba

Poi c’è la realizzazione.

Qui il terreno diventa ancora più scivoloso, perché Versace è sempre stato un marchio votato all’esagerazione, alla stravaganza, alla creatività.

Ma insomma, per raccontare “l’uomo che non ha paura di scegliere cosa essere” era proprio necessario farli sfilare in mutande?

L’immagine mentale che arriva al Grande Pubblico™ è quella solita: “gli omosessuali sono un po’ frou-frou, sono anche un po’ mignotte, va là come vanno in giro”.

Oh, la premessa è che stiamo pur sempre parlando di Versace, eh. Ma avrei preferito forse un’esecuzione più creativa e meno scontata di un messaggio del genere.

In conclusione

Siamo sicuri che una iniziativa come quella della collezione dei “cowboy urbani un po’ ricchioni” di Donatella Versace faccia bene alla causa LGBT?

No, non ne siamo sicuri. Potremmo discuterne per ore, e probabilmente qualcuno lo farà davvero. Con un personaggio stravagante come Donatella, poi, è difficile orientarsi fra buone intenzioni e cattive intenzioni, scelte di stile e cadute di stile.

Forse importa poco. Come dicevo qui sopra, ora come ora ci va bene (quasi) tutto. Ci siamo fatti andar bene la svolta di Fini, possiamo mandar giù anche questo.

Ma da Donatella Versace mi aspetto di più. Dal mondo della moda mi aspetto di più. Perché il fashion campa sulle spalle degli omosessuali: di quelli che comprano, e di quelli che ci lavorano. È giunta l’ora di ripagarli.

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Il nuovo Claudio 2014 porta gli occhiali dei suoi 14 anni.
Il nuovo Claudio 2014 indossa una specie di cappotto, leggermente troppo largo. Ma gli va bene così.
Il nuovo Claudio 2014 va a fare la spesa e cerca di comprare prodotti sani. Cerca.
Il nuovo Claudio 2014 aspetta il semaforo verde per attraversare la strada a piedi, anche quando è tutto vuoto.
Il nuovo Claudio 2014 cerca di portare a termine le cose che si era ripromesso.

Probabilmente ce la farà.

(Il nuovo Claudio 2014 non è disfattista: è possibilista)

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LaGgente non è ancora abituata alle dinamiche della Rete.

Lo dico dopo aver affrontato per l’ennesima volta un (comprensibilissimo) confronto sul mio parlare, spesso e volentieri, di Nokia e dei suoi prodotti.

Eppure ognuno di noi ha sempre degli argomenti preferiti, e il nostro modello di interazione social è basato per forza di cose sui nostri interessi.

Cellulari, diritti gay, televisione, musica, politica, economia, religione: parliamo di tutto. Alle volte dovremmo partire da questo.

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La vita di noi Nuovi Emigranti è fatta a cicli. Partenze, arrivi, partenze. Ci abbiamo fatto il callo, e il trauma lo assorbiamo in fretta.

Assorbiamo. Perché resta sempre e diventa sempre più duro da gestire con gli anni e le paure.

Fra qualche ora sarò a Roma. Pregate per me.