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E niente, purtroppo non c’è alcun modo per avere risposte da parte di Barilla su quanto fatto in Italia per ovviare alle dichiarazioni fatte dal suo AD Guido Barilla sugli omosessuali.

Che, giusto per ricordarcene (persino dalla voce di Wikipedia la frase è stata cancellata, meglio tenerne traccia), disse:

Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca

Una frase che suscitò più di qualche problema al Gruppo Barilla, con un boicottaggio (#BoycottBarilla) che l’azienda era riuscito a ignorare fintanto che le voci di protesta provenivano dall’Italia. Una volta raggiunto i potenti Stati Uniti, il boicottaggio era troppo rischioso dal punto di vista economico, e Barilla si trovò a dover affrettare un piano di contenimento del danno che hanno previsto le scuse ufficiali di Guido Barilla (un video talmente poco sentito da risultare pacchiano), qualche incontro con le associazioni LGBT straniere e un comunicato relativo alla creazione di un Diversity Board i cui effetti, ad ora, non sono particolarmente chiari.

Al riguardo, l’unico articolo con un minimo di analisi è quello del Washington Post – datato al 19 novembre – che fa un po’ il punto della situazione dal punto di vista degli Stati Uniti, raccontando (con un po’ toni da ufficio stampa, bisogna ammetterlo leggendo il pezzo) quanto fatto da Barilla sul tema.

Ripeto: quanto fatto da Barilla negli Stati Uniti.

Barilla e l’Italia: i gay, le lesbiche, Favino e la strategia del silenzio

E in Italia?

In Italia la strategia del Gruppo Barilla è stata diversa.

Partiamo dal fatto che, come detto sopra, Barilla non si è preoccupata davvero del boicottaggio fino a quando quest’ultimo non è arrivato negli Stati Uniti. Tenetelo a mente.

In Italia, le uniche informazioni relative a quanto fatto da Barilla per recuperare le dichiarazioni omofobe del suo Presidente Guido Barilla sono traduzioni e rielaborazioni del pezzo del Washington Post di cui sopra (guardate questo ennesimo pezzo dell’HuffPost, ad esempio).

Dal punto di vista locale, il Gruppo Barilla ha incontrato un paio di settimane dopo le dichiarazioni di Guido Barilla alcune associazioni LGBT italiane. Poi il silenzio.

Ecco, passati due anni, possiamo tranquillamente dire che il silenzio di Barilla sul tema è la loro strategia di comunicazione.

Periodicamente varie persone – me compreso – chiedono a Barilla sui social network aggiornamenti su quanto fatto in Italia. La risposta è il silenzio.

Il silenzio è assordante anche sulla sito press ufficiale del Gruppo Barilla, che ferma i suoi aggiornamenti sul tema al 2013, concentrandosi su consorzi dedicati al pomodoro, campionati di pasta e allergie ai sedani. Oltre, ovviamente, ai risultati industriali.

Anche la pubblicità Barilla non è minimamente cambiata: l’ultima strombazzatissima campagna – che vede protagonista il “nostro” LGBT-friendly Pierfrancesco Favino (pecunia non olet) racconta una Italia di donne scosciate in bicicletta, camionisti maschi, casalinghe coi vestiti a fiori che fanno le spaghettate e si preoccupano che la cottura tenga.

Guido Barilla ha tenuto fede alle sue promesse: mai una coppia omosessuale nelle pubblicità Barilla.

Vi risulta un po’ strano questa reazione a un problema tutto legato alla comunicazione? Non dovrebbe: è strategia.

Barilla: cosa avrebbe potuto e dovuto fare

Perché ho scritto questo post? Perché, passati due anni – non due mesi: due anni – si può tranquillamente tracciare un bilancio sul VERO impegno del Gruppo Barilla sul tema delle questioni LGBT.

Alla base della mia critica c’è un ragionamento semplice: di fronte a un problema di comunicazione (“Mai i gay in uno spot Barilla”) si può rispondere solo con la comunicazione.

Il danno – chiamiamolo con il suo nome – che Guido Barilla ha creato alla comunità omosessuale è tutto d’immagine, e io sono felice che IN AMERICA siano state estese coperture sanitarie alle famiglie LGBT, ma in Italia cosa è stato fatto?

L’unica risposta seria che l’azienda avrebbe potuto dare al boicottaggio – l’unico modo per dimostrare di aver capito veramente l’errore – sarebbe stato quello di introdurre davvero le famiglie LGBT all’interno delle sue pubblicità. Il Gruppo Barilla, a due anni di distanza, non ha fatto niente di tutto questo.

Ci ha, sostanzialmente, presi tutti in giro: a noi va bene una risposta del genere?

La responsabilità di blogger, influencer e opinion leader italiani

Addendum. Dedico questo piccolo paragrafo a dei collaborazionisti della strategia del silenzio di Barilla: gli influencer italiani.

Negli ultimi mesi, infatti, Barilla è diventata protagonista di una campagna di marketing online molto forte, con fabbriche visitate dagli influencer italiani e Gianluca Diegoli che ne è diventato sostanzialmente un portavoce marketing (ma dopotutto ora è il suo lavoro, come capo dell’e-commerce di Barilla).

Nessuna di questa persone, purtroppo – come anche nessun giornalista italiano – si è preso la responsabilità di porre al Gruppo Barilla una semplice domanda: perché non avete ancora girato una pubblicità con protagonisti LGBT? O anche una più banale “Cosa avete fatto per l’Italia in relazione al tema LGBT?”.

Se ne deduce – ma lo sapevamo già – che agli italiani medi, come anche a quelli borghesi e più ricchi che popolano la blogosfera di un certo livello, non frega assolutamente nulla degli omosessuali.

A loro preferiscono una fornitura di pasta, probabilmente. E sì, lo so che pecunia non olet. Lo dicevo sopra. Ma ci sono anche temi etici che possono e devono entrare nel ragionamento degli influencer, prima di abbracciare questo o quel marchio. O sareste disposti a promuovere Forza Nuova, se vi invitasse in un viaggio premio a Salò?

Io, nel frattempo, continuo con la mia decisione. Continuerò a chiedere a Barilla degli aggiornamenti ufficiali sul tema. Li pretendo. E dovreste pretenderli anche voi.

Sentitevi liberi di comprare pure la roba creata da quel gruppo. Io mi sento preso in giro, come omosessuale e come persona che si informa. E come consumatore a cui è stato proposta solo una strategia del silenzio, “fino a che la gente non si dimentica tutto”. Perché la gente dimentica. E compra.

Precisazioni

Su richiesta diretta di Gianluca Diegoli, riporto questa precisazione che ha lasciato su uno status Facebook in cui rilanciavo questo post:

Non sono portavoce di nulla, ti sbagli di grosso. lavoro come consulente su di un progetto molto specifico che non c’entra nulla con la pasta.

 

Foto Stefano De Grandis/LaPresse14-09-2014 Milano, ItaliaSpettacoloPrima puntata trasmissione tv 'Quelli che il calcio'Nella foto: Costantino della GherardescaPhoto Mattia Gravili/LaPresse14-09-2014 Milan, ItalyEntertainmentTv episode 'Quelli che il calcio'In the pic: Costantino della Gherardesca

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Giusto per chiarirci: no, Costantino della Gherardesca non ha fatto nulla per “cambiare il ruolo degli omosessuali in TV”.

E no, Costantino della Gherardesca non ha creato uno spartiacque fra come erano rappresentati gli omosessuali in TV prima di lui (“macchiette”) e dopo di lui (“persone normali”).

Sono anni che la società è cambiata e l’immagine degli omosessuali in TV si è modificata, passando da “macchietta” ad “anti-macchietta” (un altro cliché, chiaramente, ma che rifiuta i codici utilizzati fino a quel momento: un po’ come gli adolescenti che rinnegano le regole imposte dai genitori, prima di trovare un equilibrio nella “via di mezzo”).

I film di Ozpetek sono precedenti a Costantino della Gherardesca. I personaggi gay – e le tematiche LGBT – di “Tutti pazzi per amore” e delle altre fiction di Cotroneo sono precedenti a della Gherardesca. Il coming out di Tiziano Ferro è precedente a Costantino della Gherardesca. La furba duplicità di Marco Mengoni è precedente a Costantino della Gherardesca. Persino Vladimir Luxuria – di cui molti sembrano essersi dimenticati – è precedente a Costantino della Gherardesca. E pure lei ha condotto una trasmissione in prima serata sulle reti pubbliche.

omofobia copia

Costantino della Gherardesca non è causa del cambiamento, è CONSEGUENZA del cambiamento. Ed è una conseguenza che ha saputo sfruttare in maniera molto superficiale questo status. Superficiale e deleteria.

Perché Costantino della Gherardesca ha preso un terreno molto fertile per la rappresentazione LGBT in TV e l’ha resa stagnante, con una selezione di personaggi che virano pesantemente sul trash, con una apparente nobilitazione dei loro caratteri e delle loro caratteristiche trash che in realtà ne rafforza gli elementi cliché (la trans è una villain, la frociara è una vixen, il bono è superpalestrato, il nerd è magrolino, etc).

Costantino della Gherardesca è un ottimo venditore di se stesso. Prende elementi cattura ascolti – e cattura-tweet – tipica della cultura main-stream omosessuale e li inserisce nei suoi programmi. Un lavoro facile.

Questo, dalle mie parti, non è “cambiare il ruolo degli omosessuali in TV”. Questo, dalle mie parti, si chiama populismo.

Mi piace lavorare, con Nicoletta Braschi

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È di nuovo quel periodo dell’anno.

Stavolta è toccato a Primo di Nicola [“Giornalista per caso. … Il resto è su Google.”], che ha pubblicato sul suo blog de L’Espresso il consueto post in cui si scopre che i giovani giornalisti fanno una vita d’accattoni. Quando gli va bene.

Ieri parlavo di un argomento simile con un giornalista di lungo corso, e di lunga esperienza. Di quelle chiacchiere casuali, che si fanno agli eventi. Anche lì un confronto di storie e situazioni, di “voi” e “noi”, ma anche di “loro”.

E arrivato a casa, mi sono messo a pensare.

Così uguali, così diversi: giornalisti o fenomeni da baraccone?

Io lavoro sul web – lavoro: vengo pagato – da quasi 8 anni, da quando prendevo due lire per scrivere su Blogo, ma almeno qualcosa prendevo.

E non è che prima non facessi nulla, o che non mi sia caricato sulle spalle la mia dose di stage dove lavoravo come e quanto un giornalista di esperienza (vedi: 6 mesi in ANSA, “bravissimo, già dai primi giorni lavori come noi, però non ti possiamo assumere, lui invece è figlio di un giornalista ANSA, sai come vanno queste cose, no? però restiamo in contatto”).

Ecco, passati quasi dieci anni di esperienza io faccio ancora fatica a rispondere al “Cosa fai nella vita? Il giornalista?”. Perché tecnicamente non faccio il giornalista. Perché i giornalisti non mi fanno sentire un giornalista.

Anzi. I giornalisti ti trattano sempre come personaggio da circo. Negli anni ci siamo evoluti, noi “lavoratori sul web”: siamo passati da inesistenti a personaggi da deridere e minimizzare, per entrare ora nell’era della curiosità di fronte all’oggetto sconosciuto, da bambino cresciuto nei lupi, “ma come funziona?”.

Il punto è che noi continuiamo a lavorare, e a lavorare bene, ma nessuno riconosce la nostra professionalità. Non lo fa la gente comune, non lo fanno le aziende, non lo fanno i colleghi. Che ci farebbero volentieri le scarpe, in barba alla solidarietà umana e professionale, se non fossero sempre in così palese difficoltà ogni volta che si devono approcciare al mezzo Internet. E non lo facciamo noi. Perché ci hanno abituato così.

L’imbarazzo di un lavoro (quasi) senza nome

Io, io per primo non so cosa rispondere di fronte a domande sulla mia professione. L’ho già detto qui sopra, lo ribadisco.

Non so cosa rispondere perché tecnicamente non c’è una risposta. Non c’è una risposta logica.

Io coordino la realizzazione di contenuti audio, video e testuali di un prodotto editoriale. Stabilisco linee guida, controllo la qualità dei contenuti realizzati, partecipo all’ideazione e allo sviluppo di nuove direzioni editoriali.

Come lo chiamate voi questo ruolo? Direttore editoriale? Vicedirettore? Caporedattore? Io lo chiamo “content manager”. E poi devo rispiegare quanto sopra.

Perché non posso dire di essere un direttore editoriale, o un vicedirettore, o un caporedattore? Perché non ho il tesserino dell’Ordine dei Giornalisti. E perché non ho il tesserino dell’Ordine dei Giornalisti? Perché le aziende non lo vogliono. E perché le aziende non lo vogliono? Per colpa dei giornalisti stessi.

[È un segreto di Pulcinella: la classe professionale dei giornalisti, quella che hanno fatto la storia del mestiere in Italia negli ultimi trent’anni, è terrificante. Pagata esageratamente, spesso lassista, non elastica, non aggiornata e senza la volontà di aggiornarsi a nuovi tempi, linguaggi e strumenti. Ci sono le eccezioni, eh! Grazie a Dio ci sono fior fiore di professionisti. Ma sono eccezioni, appunto. E questo le aziende lo hanno capito tardi, ma grazie al tesserino sono impossibilitate a eliminare le mele marce. Una volta giornalisti assunti, lo si è per sempre. Anche se non si ha voglia di lavorare. E quindi le aziende si stanno vendicando. Sui più giovani.]

Come al solito, come in tanti altri settori, sono i giovani a pagare le colpe dei padri.

Sta di fatto che il web è pieno, pieno di ragazzi e ragazze, uomini e donne di tutte le età e di provata professionalità che sono costretti a definirsi editor, web editor, content editor, content manager, content producer, web expert. Qualunque cosa, purché non si usi la parola “giornalista”, perché non ne abbiamo il diritto.

Le guerre fra poveri lasciamole agli altri

Giornalista, content editor, vattelapesca: a me del titolo importa veramente poco.

Io voglio solo lavorare. Mi interessa solo fare il mio lavoro, ed essere messo nelle condizioni di farlo bene.

A me piacerebbe solo non dover lottare ogni giorno contro una società che non riconosce la mia professione. Uffici stampa che richiedono “il numero del tesserino” per essere accreditati a conferenze o press-site. Colleghi giornalisti che sgranano gli occhi quando ti vedono a eventi “press only”, giornalisti-non-colleghi che gli occhi invece li roteano quando sentono “lavoro sul web”, come se stessimo rubando il posto a chi il lavoro lo sa fare davvero, perché noi no.

Quindi, caro di Nicola, io ti ringrazio per l’interessamento. Davvero. Ma forse dovreste prima pensare a cosa potete fare voi che nei gruppi editoriali ci siete e ci siete stati. Forse dovreste prima cominciare ad abbassare i vostri stipendi pantagruelici. A rinunciare a corsi di aggiornamento all’estero pagati dalla vostra azienda in cui imparate a fare il sushi. A smetterla di mettere i bastoni fra le ruote ai vostri colleghi web, più giovani o meno, con richieste e puntualizzazioni che sembrano più dispetti di un bambino che non posizioni razionali. A cominciare a rispettare la professionalità di chi su Internet ci lavora e ha delle determinate competenze che voi ancora non avete o non avete voluto acquisire.

Forse dovreste prima partire da questo. Forse, eh.

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La famiglia Nokia XL

See what I did here? Con il titolo di questo post, intendo. Il punto è stavolta proviamo a parlare di un argomento complicato, e ci sarà parecchio da dire. Sempre che ve ne freghi qualcosa.

Non so se ve ne siete accorti, o a dirla tutta se la cosa – come già detto – vi interessi, ma Nokia è stata LA protagonista del Mobile World Congress (MWC) di questo 2014.

Se siete appassionati come me di qualunque cosa sia tecnologia probabilmente sapete già cos’è il MWC, in caso contrario: avete presente il cellulare che si collega a Internet e su cui avete installato Grindr che tenete in mano in questo momento? Ecco, lo hanno presentato lì, al Mobile World Congress di Barcellona. Il MWC è un po’ la Milano Fashion Week dei cellulari, e come direbbe Miranda Priestly lo smartphone che tenete in mano è tipo la squallida camicetta a fantasia floreale che avete comprato da H&M un anno dopo le sfilate convinti di essere trendy.

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Comunque, dicevamo: Nokia è stata la protagonista del Mobile World Congress 2014. E sapete con cosa? Con tre cellulari che costano sostanzialmente meno di 100 euro. Perché?

Perché Nokia ha avverato i sogni bagnati di decine di migliaia di nerd brufolosi in tutto il mondo, presentando una scarna famiglia di cellulari basata su Android.

BOOM! Read more »

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Ellen Page ha fatto coming out. Ma non è l’unica.

In questi ultimi mesi, la frequenza dei coming out di personaggi famosi – attori, cantanti, sportivi – è diventata tale da quasi annacquarne il valore. Finalmente.

Guardavo il video del coming out pubblico della Page e mi sono trovato a pensare “WOW, quando POCO sono emozionato da questo coming out? Ma perché?”, visto che di solito ho i lacrimoni a ogni ricorrenza.

E tutto sommato, invece, sono contento. Contento per loro, per gli americani.

Perché vuol dire che, negli Stati Uniti, essere gay o non esserlo non farà più differenza. [Sì, la farà sempre in parte. Ma ci siamo capiti.]

È come con quelle navicelle spaziali, che devono raggiungere la “escape velocity” per liberarsi della gravità terrestre e andare via, nello spazio. Quel momento magico in cui la forza centrifuga e la forza di gravità si equivalgono, e tutte le direzioni sono possibili.

Gli americani stanno accelerando I motori della loro navicella diventano sempre più potenti, coming out dopo coming out. Piccolo o grande che sia. E presto potranno andare oltre, lasciarsi tutto alle spalle.

Noi italiani, invece, restiamo qui, a terra. Le persone che hanno fatto un coming-out pubblico le contiamo sulle dita di una mano. Abbiamo ancora tanto peso addosso, e il cielo sembra sempre lontanissimo.

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Credits: Grazia.it / Pietro D'Aprano

Credits: Grazia.it / Pietro D’Aprano

C’è qualcosa di irritante nella protervia/coraggio con cui Donatella Versace ha interpretato la sua sfilata alla Milano Fashion Week maschile come un messaggio di uguaglianza nei confronti delle persone omosessuali. E “contro l’omofobia”, come hanno sottolineato quasi tutti i quotidiani italiani (cfr. Ansa, Repubblica, addirittura il Giornale)

Ed è difficile parlarne, perché su questi temi si cammina sui gusci d’uova: si rischia di dire tutto e il contrario di tutto in poche frase, di venire male interpretati, o di saltare lo squalo e trasformare una opinione condivisibile in un rant violento. Uno ci prova a parlarne, e incrocia sempre le dita sperando vada tutto ok.

Grazie, ma era il minimo

Innanzitutto, a farmi storcere in naso è la scelta del messaggio in sé.

Sottolineiamolo: grazie Donatella. Perché, da un certo punto di vista, contro l’omofobia vale tutto e più se ne parla più si sensibilizza (anche se servono fatti concreti, leggi, per quanto pSiko non possa essere d’accordo).

Ma diciamo anche che era il minimo. Donatella deve rendere grazie all’intero concetto di omosessualità per la sua ricchezza. A partire dai clienti del suo marchio, alto e basso spendenti, passando a chi lavora attualmente nella sua azienda, andando su su fino allo stesso fratello Gianni, che ora tutti sembrano aver dimenticato ma senza il quale niente di tutto questo sarebbe qui. Sto rottinculo.

Il naso mi si storce perché, da brava cerchiobottista svaporata, la Versace dà un colpo al cerchio e uno alla botte: cita l’omofobia e il femminicidio, poi ci infila dentro Papa Francesco seguendo il copione classico di chi si impegna per i temi dell’uguaglianza deve sempre sottolineare la sua vicinanza all’ala cattolica e ai buoni valori cristiani.

Donatè, stai facendo sfilare i tuoi modelli in mutande con dei chaps di pelle: non ce n’è bisogno.

Insomma, mi pare un’iniziativa un po’ piaciona, e poco sentita. Ma forse è un pregiudizio mio. Dopotutto, la ricchezza altrui ci rende diffidenti.

Vecchia mutanda, larga un po’ di gamba

Poi c’è la realizzazione.

Qui il terreno diventa ancora più scivoloso, perché Versace è sempre stato un marchio votato all’esagerazione, alla stravaganza, alla creatività.

Ma insomma, per raccontare “l’uomo che non ha paura di scegliere cosa essere” era proprio necessario farli sfilare in mutande?

L’immagine mentale che arriva al Grande Pubblico™ è quella solita: “gli omosessuali sono un po’ frou-frou, sono anche un po’ mignotte, va là come vanno in giro”.

Oh, la premessa è che stiamo pur sempre parlando di Versace, eh. Ma avrei preferito forse un’esecuzione più creativa e meno scontata di un messaggio del genere.

In conclusione

Siamo sicuri che una iniziativa come quella della collezione dei “cowboy urbani un po’ ricchioni” di Donatella Versace faccia bene alla causa LGBT?

No, non ne siamo sicuri. Potremmo discuterne per ore, e probabilmente qualcuno lo farà davvero. Con un personaggio stravagante come Donatella, poi, è difficile orientarsi fra buone intenzioni e cattive intenzioni, scelte di stile e cadute di stile.

Forse importa poco. Come dicevo qui sopra, ora come ora ci va bene (quasi) tutto. Ci siamo fatti andar bene la svolta di Fini, possiamo mandar giù anche questo.

Ma da Donatella Versace mi aspetto di più. Dal mondo della moda mi aspetto di più. Perché il fashion campa sulle spalle degli omosessuali: di quelli che comprano, e di quelli che ci lavorano. È giunta l’ora di ripagarli.

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Il nuovo Claudio 2014 porta gli occhiali dei suoi 14 anni.
Il nuovo Claudio 2014 indossa una specie di cappotto, leggermente troppo largo. Ma gli va bene così.
Il nuovo Claudio 2014 va a fare la spesa e cerca di comprare prodotti sani. Cerca.
Il nuovo Claudio 2014 aspetta il semaforo verde per attraversare la strada a piedi, anche quando è tutto vuoto.
Il nuovo Claudio 2014 cerca di portare a termine le cose che si era ripromesso.

Probabilmente ce la farà.

(Il nuovo Claudio 2014 non è disfattista: è possibilista)

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LaGgente non è ancora abituata alle dinamiche della Rete.

Lo dico dopo aver affrontato per l’ennesima volta un (comprensibilissimo) confronto sul mio parlare, spesso e volentieri, di Nokia e dei suoi prodotti.

Eppure ognuno di noi ha sempre degli argomenti preferiti, e il nostro modello di interazione social è basato per forza di cose sui nostri interessi.

Cellulari, diritti gay, televisione, musica, politica, economia, religione: parliamo di tutto. Alle volte dovremmo partire da questo.