Quando è morto mio padre avevo 16 anni. Ricordo la scena abbastanza distintamente, nonostante sia passato del tempo. Tornavo da scuola, era il terzo giorno dall’inizio delle lezioni, e arrivando verso casa ho visto troppo macchine parcheggiate lì davanti, e ho capito. Mio fratello mi è venuto incontro lungo le scale, e mi ha parlato di un incidente, di mio padre grave, ma di remote speranze che in realtà erano inesistenti. Questa cosa dell’indorarmi la pillola non l’ho mai capita, e per un certo periodo mi ha anche fatto incazzare, incazzare, sì. Ma ora ne capisco il senso.
Poi sono partiti per la Svizzera a vederlo, lui e mia madre. In aereo. Mia madre, che in aereo non aveva ancora mai viaggiato. E io sono rimasto a casa a far il bravo padrone di casa, in quella strana trafila del lutto meridionale che sembra quasi una tortura, sì, con tutta quella gente sconosciuta che ti viene a dare la mano e a fare le condoglianze, e magari piange quando tu vorresti proprio non farlo e allora la cosa ti irrita parecchio, e tutti stanno in giro per casa e non se ne vanno neanche di notte. Nella tua casa, un’invasione. Sembra una tortura ma è quasi una salvezza, una salvezza in cui non sei mai solo e il dolore diventa collettivo, e forse riesci a elaborarlo più in fretta, e forse fa meno male.
Io ero lì da solo e stringevo mani, e sorridevo, e accoglievo, e mi preoccupavo per tutti. Che è sempre stato un mio difetto, preoccuparmi di come si sentono gli altri e non di come mi sento io. Ma lì per lì, ero perfetto. E tutti si meravigliavano di me, che avevo solo sedici anni. Come dici tu, Marco, si passa dall’essere un ragazzino a diventare uomo – o qualcosa di simile. Il giorno prima magari pensi ai piccoli drammi della tua infanzia, e il giorno dopo cerchi di mantenere in piedi una famiglia che sembrava sgretolarsi da un momento all’altro, con un fratello maggiore oppresso dal senso di responsabilità e una donna sola, forte ma sola, con una prospettiva di vita e solitudine che ancora l’accompagna.
E anche io davanti alla tomba di mio padre chiedevo, senza risposta: “Papà, ma tu ce l’hai con me per il fatto che sono gay?”. E so che risposte non ne avrò davvero mai, che resterà tutto in sospeso. E Dio solo sa quanto vorrei piuttosto vederti incazzato, prendermi due sberle, magari scappare di casa e vivere da solo in mezzo a mille difficoltà che non portarmi dietro questa sensazione di irrisolto. Che poi, ma quali sberle? Non lo saprò mai, non lo saprò mai.
Alle volte mi fermo a guardare mia madre mentre dorme. Mi avvicino, e aspetto di sentirne il respiro. Perché ho paura che muoia. Cosa farei se succedesse? Sarei da solo. Con un fratello, ovvio, e dei parenti. Ma… è diverso. Mi sembra così stupida, descritta, questa scena un po’ patetica di uno che si ferma ad ascoltare i respiri. Forse lo è.
La morte è un processo naturale. Che tocca a tutti, prima o poi. Odio questa mia razionalità che me lo fa comprendere nitidamente. E che mi fa credere che riuscirei ad andare avanti comunque, come ho fatto dopo la morte di mio padre. Ma hai ragione quando dici che la morte ti insegna tante cose. E anche io credo che le cose vadano vissute. Anche io credo che non ci sia mai abbastanza tempo. Anche io ho paura della mia morte.
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Nella foto: utenti di Friendfeed partecipano alla veglia di preghiera per protestare contro l’orribile, inaccettabile, gravissimo fatto di violenza che ha visto vittima Silvio Berlusconi.