C’è uno dei design del mio vecchio blog su Splinder che ricordo ancora bene, stampato qui in testa come una cartolina. Aveva una vaga ispirazione alla Mondrian, con linee, spazi bianchi e colori primari (o quasi), e un’enorme scrittona/claim: “Io sono Gatto Nero”.
Lo ricordo perché mi rappresentava bene, o quantomeno raccontava bene l’immagine che avevo di me: piana, semplice, ma allo stesso tempo “complessa” in quell’intreccio di elementi lineari. E poi quella scrittona, che nella mia testa era “Io sono Claudio Mastroianni”, in un tempo in cui però il nickname e il nomecognome non erano ancora associati come ora.
Ecco, quella frase riassumeva quale fosse il mio pensiero su tutta la questione “nickname-persona”: corrispondenza. Gatto Nero era Claudio Mastroianni, non c’erano costruzioni, non c’erano “facce nascoste” o aspetti non mostrati. Il concetto era “io non ho nulla da nascondere nella Rete” – ed è qualcosa a cui in parte credo tuttora – ma anche “non ho intenzione di indossare nessuna maschera”. Ambizioso, eh. Però lo facevo davvero.
Poi col tempo Gatto Nero ha cominciato a prendere sempre più spazio. Prima sul suo nuovo blog personale (sì, questo), poi su Flickr, poi pian piano sui vari social network (Twitter, Jaiku – ve lo ricordate? -, Friendfeed e così via). E c’era sempre Claudio Mastroianni, dietro. Cioè, senza terze persone: tutti quegli account esprimevano me, i miei pensieri, le mie opinioni, il mio modo di essere.
Però deve esser successo qualcosa, qualcosa di cui non mi sono reso conto subito, o per lo meno per tempo. Frutto di una verità semplice: quello che siamo è frutto di ciò che pensiamo di noi e di quello che di noi percepiscono gli altri. Percezione.
Ad un certo punto, Gatto Nero ha cominciato a prendere una direzione sua, a diventare tridimensione e vivo come certi personaggi di buona narrativa che ti sembra di conoscere davvero nonostante non esistano. Con dei difetti e dei pregi che non erano quelli di Claudio Mastroianni, che non erano i miei. Eppure la mano che scriveva era la mia, i pensieri e i modi pure: è un cortocircuito che ancora adesso non riesco a spiegarmi. Gatto Nero e Claudio Mastroianni venivano percepiti in maniera completamente diversa: la frase che più spesso mi sono sentito dire, negli ultimi anni, è stata “Ma sai che ti immaginavo diverso?” (e non era un pour parler).
E in qualche modo, Gatto Nero era – È – più interessante di Claudio Mastroianni. Più simpatico (e antipatico, di converso, per altri), più intelligente, più spontaneo, più opinion leader, più tagliente, più amico e più nemico. Una personalità che qualcuno potrebbe considerare vincente, forse. Di sicuro qualcuno che resta impresso.
Talmente impresso dal prendere il posto del più banale Claudio. Sempre più spesso. A conoscenti e amici viene sempre più naturale ormai chiamarmi “Gatto Nero” (o più affettuosamente “Gatto”), che non con il mio nome di battesimo. Idem per il posto di lavoro, dove vengo addirittura presentato come tale. Siamo arrivati al punto in cui una collega – dirigente, in realtà – mi ha chiamato per nickname (senza, credo, avere la minima idea di quale fosse il mio nome).
Alla tranquillità iniziale, al mio volontario affermare che Gatto Nero e Claudio Mastroianni sono la stessa cosa, è subentrato il fastidio. Gatto Nero è diventata una figura ingombrante, come quel fratello maggiore popolare che guardiamo con invidia e rabbia perché sappiamo di non poter essere mai come lui. Per quanto ormai, francamente, non sia poi così sicuro di volerlo diventare.
Sempre più spesso mi trovo a chiedermi quante delle persone che conoscono, affermano o ritengono (anche inconsciamente) di conoscere Gatto Nero, sappiano chi è, cosa pensa e cosa sa fare Claudio Mastroianni. Se quello che sono davvero corrisponda a quel personaggio a volte macchiettistico che tanti, anche persone che vorrei ritenere buoni amici, mi hanno cucito addosso; e con il quale mi stanno valutando.
E di riflettere sul se sia il caso o meno di staccargli la spina, a Gatto Nero. Una persona che mi è stata vicina, che sono stato io, per quasi dieci anni della mia esistenza. Claudio Mastroianni, forse, non ne avrebbe il coraggio. Ma Gatto Nero, chissà, forse sì.